Francesca Innocenzi, Corpo di figlia, puntoacapo, 2025
Francesca Innocenzi, Corpo di figlia, puntoacapo, 2025

“qualcosa ti trema di orfanezza alle spalle”. E’ un verso citato da Mauro Ferrari in una nota che accompagna il libro e che ben sintetizza il tema portante della raccolta: un consuntivo personale, di natura biografica, che poi investe una riflessione più grande sulla Storia che ci circonda, sui meccanismi di contaminazione o di ritrosia che l’essere elabora verso gli altri.
Questi “altri” prima di tutto sono le persone che ci sono più vicine, i protagonisti prossimi del nostro personale romanzo di formazione che ci puntellano e ci spronano ma che, a un certo punto si allontanano costringendoci a una resa dei conti dolorosa e necessaria.
La poesia è sempre parola esigentissima, si pone come specchio di una risoluzione formale; chiede, cioè, ai più alti gradi, che la vita sia riassunta nella forma più stringente, la più efficace.
Così il culmine della tensione è raggiunto nella descrizione di una “sala d’attesa della ginecologa”, dove le mamme “fanno sfoggio delle loro pance oscene”. E’ Aphrodite che parla, proclamando “l’anarchia dell’amore / il solo nel sacello senza argini del corpo”. Il testo ci dice di un limite di sopportazione psichica raggiunta, in un mondo in cui la vita è continuamente violata e tradita.
Uomini bambini
facce allungate e scure
con scosse senza gesto rovistano
nei corpi, nervi cartilagini ossa
in scampo di tramonto.
Di qua e di là dei confini, dicono
dilagano frontiere oscure e benedette
dove asfissie e spasmi
atrofie ecchimosi gelo sono vie
per la salvezza
Questo corpo di figlia che fa i conti con la propria storia di perdite e di occasioni, è il corpo stesso della poesia, organismo a se stante ma permeato, trascinato e trascinante dentro il corpo più grande di un mondo perennemente in pericolo. Il tono allarmato di questa poesia deriva proprio dall’impossibilità di sottrarsi alle dure parole che ci circondano. Se l’infanzia è evocata attraverso oggetti e accadimenti minimi, il mondo dei grandi è abnorme come un quadro espressionista. Così, mentre la memoria si ritrae rannicchiandosi nella casa/giocattolo, la violenza costruisce i suoi sontuosi grattacieli di prepotenza.
La poesia, e neanche la vita, sono in grado di dare risposte. Lo sguardo di Francesca Innocenzi non si lascia andare a inutili ottimismi. Sa cogliere il dono di una sibilla che presagisce la catastrofe e, nell’attesa, non può far altro che continuare a vivere.
Nient’altro che perifrasi per questo
male
come simulare
strani gridi di uccelli
ringraziare
per il dono della vita
e per le dosi di morfina.
Grattare via l’opaco dalle lenti
per farsi incontro ai morti
suggerire, nell’abbraccio
non ci sono battaglie, solo fronti
prone alla chiamata che ti giunge
e non sai l’ora
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