Georgij Ivànov, RITRATTO SENZA SOMIGLIANZA, La Vita Felice, 2025
Georgij Ivànov, RITRATTO SENZA SOMIGLIANZA, La Vita Felice, 2025
a cura di Carmelo Pistillo
traduzione di Bruno Osimo
versione ritmica con testo russo accentato a fronte

Il lavoro di Carmelo Pistillo sul poeta russo Georgij Ivànov, è prezioso e importante per diversi motivi. Innanzitutto la finezza dell’operazione: la versione ritmica, ad esempio, suggerisce un modo diverso di fare traduzione, e cioè un’aderenza “formale” a tutti i costi che, in quanto tale, cerca di restituire, oltre al senso, anche i valori metrici e sonori del testo originale. Il monumentale saggio finale, “Da Pùškin agli specchi di Ivànov”, di Claudio Pistillo, ricostruisce, con dovizia di particolari e ricchezza di informazioni, l’ambiente culturale e sociale degli anni a cavallo tra la monarchia e la rivoluzione in cui operarono i grandi poeti russi: simbolisti, futuristi, acmeisti. Non per ultimo, trovo rilevante una dichiarazione di Giorgio Caproni, citata nell’introduzione: “I veri grandi poeti sono i poeti minori?”
Partirei proprio dalla dichiarazione di Giorgio Caproni. Georgij Ivànov è considerato un poeta minore, tra l’altro da non confondersi con l’altro, assai più noto, Vjàčeslav Ivànov. Nella storica antologia di Angelo Maria Ripellino, di G. Ivànov vengono riportati solo tre componimenti e nella stringatissima nota biobibliografica si dice che: nacque nel 1894. Visse in esilio. Morì a Hyère (Francia) nel 1954. L’ultima delle opere citate è “Rose”, del 1931, mentre non appaiono le ultime, le più importanti, oggetto dello studio di Pistillo: “Ritratto senza somiglianza”, “La disintegrazione dell’atomo”, “Diario post mortem”.
L’essere “minori”, dunque, si configura non come un dato di fatto assodato, una formula riservata alle menti meno brillanti, ma il risultato della mancanza di indagine critica e di approfondimenti. Lavori come questi, dunque, sono da inquadrarsi nel contesto di una critica militante, il cui scopo è sempre quello di allargare il contesto, dimostrando che la poesia non è mai una lingua avulsa ma completamente impregnata della parola degli altri e poi portata verso un limite, da considerarsi, infine, la raggiunta lingua del poeta.
Nel caso di Ivànov la cosa risulta assai evidente: egofuturista, poi acmeista, lingua tagliente e atteggiamenti da dandy; poeta formalissimo in opere come “Imbarco per Citera”; la sua seconda opera “Camera”, viene considerata “inutile” e la successiva, “Il monumento alla gloria”, “libro di apparenti carenze stilistiche e imperfezioni”. Annota Pistillo: “Più che un poeta compiuto” era considerato “una promessa, una speranza, una cambiale letteraria”.
Questo il giudizio di Blok a proposito di “Camera”: “...si può d’improvviso cominciare a piangere, non per i versi o per il loro autore, ma per la nostra impotenza, per il fatto che esistono versi così terribili che non parlano di nulla, cui non manca nulla, né talento, né intelligenza, né gusto, e allo stesso tempo, come se questi versi non esistessero, sono privi di tutto, e non ci si può fare niente”.
Potremmo dunque considerare questa prima fase della sua produzione come un momento di alta preparazione formale, di eserciziario finissimo? Sì e no. La poesia è una lingua che scava e prepara. Ha bisogno di bruciare le scorie, ricavarsi un vestito nella maniera più imprevedibile e certamente gli esiti non dipendono direttamente da noi. Ad un certo punto Ivànov abbandona la Russia. Si trasferisce in Francia, a Biarritz, dove, con la moglie, riuscirà ancora a mantenere un tenore di vita a la mode. Scrive anche in prosa: “Gli inverni di Pietroburgo”, “Ombre cinesi” e altre cose. Poi ritorna alla poesia con “Rose” e nel 1937 “La disintegrazione dell’atomo”. Nel 1950 “Ritratto senza somiglianza”, l’opera qui tradotta e ripubblicata.
La fama postuma di Ivanòv si basa sul dato autobiografico dell’emigrazione, l’abbandono perpetuo della sua terra natale, la Russia, conferendo alla figura del poeta, poi morto in estrema povertà nell’ospizio di Hyères, il classico alone di poeta non in linea. E’ un dato di fatto che l’aura romantica quai sempre solleva le sorti di molta poesia anche “minore” ma di per sé non costituisce un certificato di assoluzione. Ecco, allora, l’insostituibile operazione di rilettura e di riscoperta del critico, il quale non deve ergersi a giudice ma esercitare il compito di una necessaria riesumazione. Certamente, laddove la poesia si limiti alla forma polita, prima o poi la vita chiede conto delle parole, e se queste hanno giocato con se stesse guardandosi allo specchio di Narciso, finiranno per ammutinarsi.
Nel caso di Ivànov è la vita a venire in soccorso alla poesia, liberandola, infine, della sua civetteria. “Gli ultimi versi”, scrive Pistillo, “rivolti alla moglie, sono ormai spogliati di qualsiasi artificio letterario”:
Parla con me ancora un poco,
prima dell’alba non addormentarti,
già la mia strada volge al termine, oh, parla con me,
tu parlami!
Che il cozzo di suoni squisiti
e la tua voce fievole e arrotata
sappiano trasfigurare la poesia,
l’ultima poesia che ho scritto.
(Traduzione di Alessandro Niero)
A proposito di “Ritratto senza somiglianza”, Pistillo parla di “una confessione deformata in versi”. Già in altre opere Ivànov aveva seguito la tendenza a descrivere fingendo, mischiando realtà e invenzione letteraria, ad esempio nel caso dell’opera in prosa “Inverni pietroburghesi”, in cui descrive la vita letteraria di Pietroburgo, dichiarando che “settantacinque per cento era inventato e il venticinque vero”. Anche l’Achmatàtova, tra gli altri, ne era rimasta indignata: “Una continua menzogna, non si può credere neppure a una parola”. Si potrebbe obbiettare che il fine del poeta non è certamente la verosimiglianza, o che, come scrive Pistillo “Il poeta non è esattamente un testimone oculare, un trascrittore, un fotografo o un nastro magnetico”. Così, nel suo autoritratto, Ivànov è più interessato alla verità poetica, piuttosto che a quella oggettiva. “Paesaggi dell’anima”, scriveva Marina Cvetaeva, a indicare che, se il poeta abita la terra degli uomini, non è detto che la comprenda o che da essa sia compreso. Se Rimbaud, guardandosi nello specchio scuro di un lago, cercava di rivangare ciò che la sua coscienza aveva perduto e dimenticato (Mémoire), dunque una verità rimossa, Ivànov, secondo la lettura di Pistillo, sembra voler mantenere l’ambiguità del riflesso rimandando a una profondità che non si può raggiungere.
L’elemento più struggente della raccolta è certamente il rimpianto per la patria perduta, che lo condanna ad essere “spatriato”, “colui che è stato scaricato in terra straniera, che è stato strappato dal luogo della sua lingua”.
L’esilio, dunque, riguarda una doppia alienazione: quella dell’anima e quella della lingua. La condizione per scrivere - non per diletto ma per necessità - riporta la poesia di Ivànov all’esplorazione di un nucleo centrale: il riflesso della propria anima. E’ un’anima che crea e vive paesaggi in cui il poeta si muove in uno stato di perdita e di attesa, osservando intorno a sé l’incedere naturale dei fenomeni: il vento, la pioggia, la neve, i tramonti, lo sbocciare delle rose: “E il cielo. Rosso in mezzo ai rami, / estremità perlacee… / Luscinia canta nel lillà, / per l’erba striscia la formica”.
L’esilio nella “lingua” è da considerarsi a tutti gli effetti come la riscoperta di una lingua nuova, e cioè battezzata dal dolore, che ora ha finalmente mostrato il suo volto di musa. Ma la musa non consola, non rassicura, e a volte la Bellezza si paga con la vita.
Gli specchi si riflettono a vicenda
stortandosi i riflessi l’uno all’altro.
Non credo che invincibile sia il male,
ma solo che ci tocchi la sconfitta.
Rimasta dopo il fuoco - credo a cenere,
non alla musica, bruciata dalla vita.
*
L’oggi s’è volto nel suo riflesso,
in sfinimento, voltura di testa.
Si è trasformato in stelle e musica.
Forse che il mondo è finito per sempre?
A me è successo qualcosa di simile,
sempre sul lago, sempre primavera,
sempre al crepuscolo blu e rosato…
...Strano che un tempo io fossi più giovane.
*
Come all’alba la nebbia - d’un ospite l’anima.
E quel tipo ci lancia uno sguardo passando,
ha sorriso e va avanti così…
E’ mattino di un giorno d’estate qualunque.
Sorge il sole, la rosa canina è fiorita
per la gente, per te, e per me…
Dio si può ricordare e Dio dimenticare,
e distruggere l’anima per sempre si può
o salvarla per sempre si può -
perché solo la rosa canina fiorisce
e in giardino un fiorente rametto su e giù,
dove sto camminando con te.
*
Con un destino disumano
ma quale lotta? Che battaglia?
Delirio è tutto ciò.
...Ma questa sera grigioazzurra
è ancora mio dominio.
E il cielo. Rosso in mezzo ai rami,
estremità perlalcee…
Luscinia canta nel lillà,
per l’erba striscia la formica -
qualcuno ne ha bisogno.
Bisogno forse c’è anche che
respiri l’aria dentro me,
che il mio cappotto un po’ vecchiotto
dal vespro sia inondato a manca,
e a destra affondi in stelle.
traduzione di Bruno Osimo
versione ritmica con testo russo accentato a fronte

Il lavoro di Carmelo Pistillo sul poeta russo Georgij Ivànov, è prezioso e importante per diversi motivi. Innanzitutto la finezza dell’operazione: la versione ritmica, ad esempio, suggerisce un modo diverso di fare traduzione, e cioè un’aderenza “formale” a tutti i costi che, in quanto tale, cerca di restituire, oltre al senso, anche i valori metrici e sonori del testo originale. Il monumentale saggio finale, “Da Pùškin agli specchi di Ivànov”, di Claudio Pistillo, ricostruisce, con dovizia di particolari e ricchezza di informazioni, l’ambiente culturale e sociale degli anni a cavallo tra la monarchia e la rivoluzione in cui operarono i grandi poeti russi: simbolisti, futuristi, acmeisti. Non per ultimo, trovo rilevante una dichiarazione di Giorgio Caproni, citata nell’introduzione: “I veri grandi poeti sono i poeti minori?”
Partirei proprio dalla dichiarazione di Giorgio Caproni. Georgij Ivànov è considerato un poeta minore, tra l’altro da non confondersi con l’altro, assai più noto, Vjàčeslav Ivànov. Nella storica antologia di Angelo Maria Ripellino, di G. Ivànov vengono riportati solo tre componimenti e nella stringatissima nota biobibliografica si dice che: nacque nel 1894. Visse in esilio. Morì a Hyère (Francia) nel 1954. L’ultima delle opere citate è “Rose”, del 1931, mentre non appaiono le ultime, le più importanti, oggetto dello studio di Pistillo: “Ritratto senza somiglianza”, “La disintegrazione dell’atomo”, “Diario post mortem”.
L’essere “minori”, dunque, si configura non come un dato di fatto assodato, una formula riservata alle menti meno brillanti, ma il risultato della mancanza di indagine critica e di approfondimenti. Lavori come questi, dunque, sono da inquadrarsi nel contesto di una critica militante, il cui scopo è sempre quello di allargare il contesto, dimostrando che la poesia non è mai una lingua avulsa ma completamente impregnata della parola degli altri e poi portata verso un limite, da considerarsi, infine, la raggiunta lingua del poeta.
Nel caso di Ivànov la cosa risulta assai evidente: egofuturista, poi acmeista, lingua tagliente e atteggiamenti da dandy; poeta formalissimo in opere come “Imbarco per Citera”; la sua seconda opera “Camera”, viene considerata “inutile” e la successiva, “Il monumento alla gloria”, “libro di apparenti carenze stilistiche e imperfezioni”. Annota Pistillo: “Più che un poeta compiuto” era considerato “una promessa, una speranza, una cambiale letteraria”.
Questo il giudizio di Blok a proposito di “Camera”: “...si può d’improvviso cominciare a piangere, non per i versi o per il loro autore, ma per la nostra impotenza, per il fatto che esistono versi così terribili che non parlano di nulla, cui non manca nulla, né talento, né intelligenza, né gusto, e allo stesso tempo, come se questi versi non esistessero, sono privi di tutto, e non ci si può fare niente”.
Potremmo dunque considerare questa prima fase della sua produzione come un momento di alta preparazione formale, di eserciziario finissimo? Sì e no. La poesia è una lingua che scava e prepara. Ha bisogno di bruciare le scorie, ricavarsi un vestito nella maniera più imprevedibile e certamente gli esiti non dipendono direttamente da noi. Ad un certo punto Ivànov abbandona la Russia. Si trasferisce in Francia, a Biarritz, dove, con la moglie, riuscirà ancora a mantenere un tenore di vita a la mode. Scrive anche in prosa: “Gli inverni di Pietroburgo”, “Ombre cinesi” e altre cose. Poi ritorna alla poesia con “Rose” e nel 1937 “La disintegrazione dell’atomo”. Nel 1950 “Ritratto senza somiglianza”, l’opera qui tradotta e ripubblicata.
La fama postuma di Ivanòv si basa sul dato autobiografico dell’emigrazione, l’abbandono perpetuo della sua terra natale, la Russia, conferendo alla figura del poeta, poi morto in estrema povertà nell’ospizio di Hyères, il classico alone di poeta non in linea. E’ un dato di fatto che l’aura romantica quai sempre solleva le sorti di molta poesia anche “minore” ma di per sé non costituisce un certificato di assoluzione. Ecco, allora, l’insostituibile operazione di rilettura e di riscoperta del critico, il quale non deve ergersi a giudice ma esercitare il compito di una necessaria riesumazione. Certamente, laddove la poesia si limiti alla forma polita, prima o poi la vita chiede conto delle parole, e se queste hanno giocato con se stesse guardandosi allo specchio di Narciso, finiranno per ammutinarsi.
Nel caso di Ivànov è la vita a venire in soccorso alla poesia, liberandola, infine, della sua civetteria. “Gli ultimi versi”, scrive Pistillo, “rivolti alla moglie, sono ormai spogliati di qualsiasi artificio letterario”:
Parla con me ancora un poco,
prima dell’alba non addormentarti,
già la mia strada volge al termine, oh, parla con me,
tu parlami!
Che il cozzo di suoni squisiti
e la tua voce fievole e arrotata
sappiano trasfigurare la poesia,
l’ultima poesia che ho scritto.
(Traduzione di Alessandro Niero)
A proposito di “Ritratto senza somiglianza”, Pistillo parla di “una confessione deformata in versi”. Già in altre opere Ivànov aveva seguito la tendenza a descrivere fingendo, mischiando realtà e invenzione letteraria, ad esempio nel caso dell’opera in prosa “Inverni pietroburghesi”, in cui descrive la vita letteraria di Pietroburgo, dichiarando che “settantacinque per cento era inventato e il venticinque vero”. Anche l’Achmatàtova, tra gli altri, ne era rimasta indignata: “Una continua menzogna, non si può credere neppure a una parola”. Si potrebbe obbiettare che il fine del poeta non è certamente la verosimiglianza, o che, come scrive Pistillo “Il poeta non è esattamente un testimone oculare, un trascrittore, un fotografo o un nastro magnetico”. Così, nel suo autoritratto, Ivànov è più interessato alla verità poetica, piuttosto che a quella oggettiva. “Paesaggi dell’anima”, scriveva Marina Cvetaeva, a indicare che, se il poeta abita la terra degli uomini, non è detto che la comprenda o che da essa sia compreso. Se Rimbaud, guardandosi nello specchio scuro di un lago, cercava di rivangare ciò che la sua coscienza aveva perduto e dimenticato (Mémoire), dunque una verità rimossa, Ivànov, secondo la lettura di Pistillo, sembra voler mantenere l’ambiguità del riflesso rimandando a una profondità che non si può raggiungere.
L’elemento più struggente della raccolta è certamente il rimpianto per la patria perduta, che lo condanna ad essere “spatriato”, “colui che è stato scaricato in terra straniera, che è stato strappato dal luogo della sua lingua”.
L’esilio, dunque, riguarda una doppia alienazione: quella dell’anima e quella della lingua. La condizione per scrivere - non per diletto ma per necessità - riporta la poesia di Ivànov all’esplorazione di un nucleo centrale: il riflesso della propria anima. E’ un’anima che crea e vive paesaggi in cui il poeta si muove in uno stato di perdita e di attesa, osservando intorno a sé l’incedere naturale dei fenomeni: il vento, la pioggia, la neve, i tramonti, lo sbocciare delle rose: “E il cielo. Rosso in mezzo ai rami, / estremità perlacee… / Luscinia canta nel lillà, / per l’erba striscia la formica”.
L’esilio nella “lingua” è da considerarsi a tutti gli effetti come la riscoperta di una lingua nuova, e cioè battezzata dal dolore, che ora ha finalmente mostrato il suo volto di musa. Ma la musa non consola, non rassicura, e a volte la Bellezza si paga con la vita.
Gli specchi si riflettono a vicenda
stortandosi i riflessi l’uno all’altro.
Non credo che invincibile sia il male,
ma solo che ci tocchi la sconfitta.
Rimasta dopo il fuoco - credo a cenere,
non alla musica, bruciata dalla vita.
*
L’oggi s’è volto nel suo riflesso,
in sfinimento, voltura di testa.
Si è trasformato in stelle e musica.
Forse che il mondo è finito per sempre?
A me è successo qualcosa di simile,
sempre sul lago, sempre primavera,
sempre al crepuscolo blu e rosato…
...Strano che un tempo io fossi più giovane.
*
Come all’alba la nebbia - d’un ospite l’anima.
E quel tipo ci lancia uno sguardo passando,
ha sorriso e va avanti così…
E’ mattino di un giorno d’estate qualunque.
Sorge il sole, la rosa canina è fiorita
per la gente, per te, e per me…
Dio si può ricordare e Dio dimenticare,
e distruggere l’anima per sempre si può
o salvarla per sempre si può -
perché solo la rosa canina fiorisce
e in giardino un fiorente rametto su e giù,
dove sto camminando con te.
*
Con un destino disumano
ma quale lotta? Che battaglia?
Delirio è tutto ciò.
...Ma questa sera grigioazzurra
è ancora mio dominio.
E il cielo. Rosso in mezzo ai rami,
estremità perlalcee…
Luscinia canta nel lillà,
per l’erba striscia la formica -
qualcuno ne ha bisogno.
Bisogno forse c’è anche che
respiri l’aria dentro me,
che il mio cappotto un po’ vecchiotto
dal vespro sia inondato a manca,
e a destra affondi in stelle.
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