Marco Fregni, Oscillazioni, Tra poesia e morte, Campanotto, 2025
Marco Fregni, Oscillazioni, Tra poesia e morte, Campanotto, 2025
*
I canali di Bruges (Notturni)
II
Nel chiuso
dell’ora
tutto avverrà
lentamente
tenteremo,
notturni,
la sete degli specchi
e dei canali
quelli appena visti,
cercando,
nella dimenticanza
dello sguardo,
di capire
se,
dove appena
lasciati,
ancora restino
a conservare forma
e colore
oppure,
come in un esilio
di stanze,
svaniscano
nel loro apparire
o,
ancora,
indifferenti all’umano,
simili a dura pietra
continuino
a vegliare
sul tempo.
*
Figura
In questo suo recentissimo lavoro antologico, Marco Fregni riprende un discorso che già gli apparteneva, declinato, tra l’altro, in uno splendido libro di acconti, uno dei libri più belli e inquietanti che mi sia capitato leggere, “Al di là di ogni aldilà”.
Bisogna citare alcuni passaggi di una sua nota allegata al libro: “Mi accompagna da sempre, una originaria consapevolezza legata ad una profonda percezione dell’idea della morte (…) Morte intesa, è bene chiarirlo, come avamposto del nulla, come perdita totale d’ogni ulteriore soffio- respiro, luogo di disabitata assenza in cui non esiste possibilità o consolazione, dove non resiste il mistero”.
Se in quei racconti Marco Fregni aveva provato a indagare l’entità del non luogo, compiendo tentativi di ricognizione immaginativa, tutta la prima parte di questo nuovo libro si svolge in dittici (la Distanza, l’Esilio, il Dubbio, la Cenere, l’Eclissi e, infine, l’Oscurità).
Il percorso è chiaro, insomma, ma bisogna aggiungere l’Oscillazione, occasione che rompe la staticità iconica dell’ineluttabilità, consegnando l’agire a una passione del pensiero, al ruolo disabituante e perturbante del dubbio.
Se, dunque, da una parte il libro prende atto del fenomeno in sé - la morte è il luogo dove non esiste il mistero - la parola, e soprattutto quella poetica, ha bisogno di essere contaminata da un dubbio attivo, messo in campo dall’invenzione di immagini e metafore. Sembra quasi che la morte serva la poesia perché la vita, il suo splendore al contrario, sia proclamata.
Marco Fregni, infatti, a dispetto di ogni asettico scetticismo, soprattutto se di stampo intellettualistico, dichiara “un profondo amore per ogni tipo di seduzione che provenga dalla vita, percepita come momentanea figura di luce, subito spenta; un baluginio che dal buio torna al buio”.
L’immagine di questo baluginio, una luce che non è piena ma all’occaso, mi porta a pensare a una parola purgatoriale, sospesa, in attesa. Se i dittici indicano un percorso, infine,verso l’oscurità “I canali di Bruges” descrivono una geografia di nebbie e di riflessi. Si tratta espressamente di notturni che “vivono sulla continua oscillazione tra la rappresentazione pur sfumata, della realtà, e ciò che la sottende”; paesaggi dell’umano, dice ancora Fregni, rinsaldando l’idea di una parola che si pone come offerta, abito cerimoniale per affrontare il passaggio.
Le cose vanno e vengono, oscillano, ritornano. L’onda che abitiamo è il luogo dell’attesa, una terra sospesa tra l’acqua e la terra.
Ma poi, appunto, c’è la luce. Questa si può evocare solamente nella dimensione degli affetti, della vicinanza. Due sezioni sono dedicate alle figure care. Qui l’amore è inteso come sentimento universale, amore che muove le creature e le stelle ma che, proprio per questo, ha bisogno di incarnarsi nella dimensione privata del recinto, il luogo in cui, per stretta vicinanza, si possono pronunciare le parole più sincere.
Quando, infine, la luce della vita si sarà spenta, la domanda aleggerà come un destino:
Bisogna citare alcuni passaggi di una sua nota allegata al libro: “Mi accompagna da sempre, una originaria consapevolezza legata ad una profonda percezione dell’idea della morte (…) Morte intesa, è bene chiarirlo, come avamposto del nulla, come perdita totale d’ogni ulteriore soffio- respiro, luogo di disabitata assenza in cui non esiste possibilità o consolazione, dove non resiste il mistero”.
Se in quei racconti Marco Fregni aveva provato a indagare l’entità del non luogo, compiendo tentativi di ricognizione immaginativa, tutta la prima parte di questo nuovo libro si svolge in dittici (la Distanza, l’Esilio, il Dubbio, la Cenere, l’Eclissi e, infine, l’Oscurità).
Il percorso è chiaro, insomma, ma bisogna aggiungere l’Oscillazione, occasione che rompe la staticità iconica dell’ineluttabilità, consegnando l’agire a una passione del pensiero, al ruolo disabituante e perturbante del dubbio.
Se, dunque, da una parte il libro prende atto del fenomeno in sé - la morte è il luogo dove non esiste il mistero - la parola, e soprattutto quella poetica, ha bisogno di essere contaminata da un dubbio attivo, messo in campo dall’invenzione di immagini e metafore. Sembra quasi che la morte serva la poesia perché la vita, il suo splendore al contrario, sia proclamata.
Marco Fregni, infatti, a dispetto di ogni asettico scetticismo, soprattutto se di stampo intellettualistico, dichiara “un profondo amore per ogni tipo di seduzione che provenga dalla vita, percepita come momentanea figura di luce, subito spenta; un baluginio che dal buio torna al buio”.
L’immagine di questo baluginio, una luce che non è piena ma all’occaso, mi porta a pensare a una parola purgatoriale, sospesa, in attesa. Se i dittici indicano un percorso, infine,verso l’oscurità “I canali di Bruges” descrivono una geografia di nebbie e di riflessi. Si tratta espressamente di notturni che “vivono sulla continua oscillazione tra la rappresentazione pur sfumata, della realtà, e ciò che la sottende”; paesaggi dell’umano, dice ancora Fregni, rinsaldando l’idea di una parola che si pone come offerta, abito cerimoniale per affrontare il passaggio.
Le cose vanno e vengono, oscillano, ritornano. L’onda che abitiamo è il luogo dell’attesa, una terra sospesa tra l’acqua e la terra.
Ma poi, appunto, c’è la luce. Questa si può evocare solamente nella dimensione degli affetti, della vicinanza. Due sezioni sono dedicate alle figure care. Qui l’amore è inteso come sentimento universale, amore che muove le creature e le stelle ma che, proprio per questo, ha bisogno di incarnarsi nella dimensione privata del recinto, il luogo in cui, per stretta vicinanza, si possono pronunciare le parole più sincere.
Quando, infine, la luce della vita si sarà spenta, la domanda aleggerà come un destino:
Oscurità
Se soltanto
potessimo afferrarla,
o
come, sillaba d’ombra,
racchiuderla
nell’orlo di una parola.
*
I canali di Bruges (Notturni)
II
Nel chiuso
dell’ora
tutto avverrà
lentamente
tenteremo,
notturni,
la sete degli specchi
e dei canali
quelli appena visti,
cercando,
nella dimenticanza
dello sguardo,
di capire
se,
dove appena
lasciati,
ancora restino
a conservare forma
e colore
oppure,
come in un esilio
di stanze,
svaniscano
nel loro apparire
o,
ancora,
indifferenti all’umano,
simili a dura pietra
continuino
a vegliare
sul tempo.
*
Figura
Chiara
luce figura,
nuda resisti
al calmo vento d’estate
o come vela
di pioggia e ciglia,
pallida eludi
le ignote rotte
serali
ed abiti,
sola,
i paesaggi
ad oriente
del cuore.
*
luce figura,
nuda resisti
al calmo vento d’estate
o come vela
di pioggia e ciglia,
pallida eludi
le ignote rotte
serali
ed abiti,
sola,
i paesaggi
ad oriente
del cuore.
*
Le voci dei poeti
A sera,
saranno ancora
una volta
le sconosciute voci
a salire
dall’ombra,
mute,
come mute
forme
del dubbio,
si mostreranno
a noi
che siamo
uomini,
somiglianze,
o
inquiete
figure
ai margini
dell’abisso.

Commenti
Posta un commento