Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, puntoacapo, 2023

Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, puntoacapo, 2023






  Il libro si apre con l’immagine di una bambina che guarda il mondo da dietro un vetro. E’ una bambina pensante, che si fa le stesse domande dell’adolescente Amleto, a dimostrazione di come le domande degli uomini siano antiche quanto l’infanzia: “penso dunque sono? / e tutto questo pensare avviene / solo dietro la mia fronte?”.
  La bambina comprende però che esiste la possibilità di una conoscenza più profonda: rimanere in contatto col Tutto che ci circonda, noi stessi facenti parte del Tutto: “così l’osmosi in terra / inarrestabile destinoamore / che lega l’erba alle mandibole del verme / la vena d’acqua al sangue”.
  Poi appare il mondo degli uomini. La maschera. Ma si tratta solo di un depistamento, una pietosa illusione: “fingere di vivere davvero / sì facciamo che tutti eravamo / sì facciamo qualcosa / di più sacro e sensato / qualcosa che somigli a vita / sì giochiamo pure insieme a gli altri / giochiamo a fare teatro!”.
  Ma la poesia, quella vera, non è capace di fingere, di mascherarsi dietro la finzione del teatro. E non è capace per statuto neanche di sorreggersi alle sole domande. Così l’ipotesi viene subito scartata - “ teatro pura irrealtà” - . La poesia è cosciente che l’interlocutore, ora più di prima, non è plurale ma singolare: “eppure sento che qualcuno / solo qualcuno / (statisticamente non significativo!) / ma qualcuno chi? / sta leggendo nel di-me pensiero”.
  La poesia, intesa come forma di dialogo, è la conseguenza dei tempi grami in cui il valore della comunicazione si è ridotto a una infinità di monologhi che cozzano fra di loro. La poesia non può sottrarsi al suo statuto: il canto per immagini, una parola che dice guardando; al limite “musica” che si ricollega al grande ventre della vita, che è “natura, arca inspiegata”. Parola che si sottrae al dramma della solitudine per abbracciare il pulviscolo rumoroso e doloroso di tutte le creature.

zoom su tutte le città ferite a morte
nella polvere scompaiono le scene come fossero
bagliori di una notte mai trascorsa
se mi abbracci anche una sola volta
la guerra scompare

abbracciati fuggiamo dagli scannatoi
da chi sogna di farsi cadavere tra cadaveri
abbracciati fuggiamo dall’empietà
di riportare i corpi nel buio della prenascita

siamo confusi abitanti del caos
boia e animali sacrificali
mentre il fiotto soffoca il respiro
dei boschi dei nidi
di ciò che resta delle case
dove avevamo in mente di ritornare

come spiegheremo ai figli l’allarme ininterrotto
se non sotto una maschera di vergogna?
chi ritirerà la posta dalle cassette
mentre le arance rotolano nel cesto?



  Il tema musicale è espressamente richiamato nella sezione “Fuori dalla finestra”. Ora vediamo una donna inginocchiata che ascolta “note di musica ineffabile” che a volte irrompono. Sono voci misteriose: onde, fiori, ali, conchiglie, un segreto procedere per armonia, di fronte alle quali la poesia è costretta a dichiarare il suo limite: “e riconosco e imparo / il duro limite della parola”. Un’armonia ci lambisce, scrive Annamaria Ferramosca, chiedendosi “perché non siamo quel bambino / che al ritmo si dondola felice”. Quel dondolio è esattamente il gesto ritmico che ci faceva percepire l’appartenenza alle origini, quella ripetitività in grado di negare il tempo proclamando l’eternità dell’attimo e quindi l’interruzione del dolore.


una specie di lamento sottile
un gemito piccolo di gioia
come un timbro distorto per l’iridescenza delle acque
è la voce embrionale che attraversa la bolla salina
risuona nelle vene alla madre
e preme e le canta la sua elementare infanzia
chiede di sfolgorare in concerto nel giorno
dell’uscita luminosa quando
il minuscolo corpo verrà adagiato
sull’addome pianeta che riconosce


(…)

  Il discorso di Annamaria Ferramosca, in questo libro, si fa domanda incessante e richiesta di risposte. Malgrado la bulimia del possesso, all’uomo manca la capacità di “ascoltare / il nostro segreto centro”. Anche l’amore non è certezza ma possibilità, progetto: “un giorno troverò il coraggio / di spingerti contro il muro / implorando / un nulla d’amore / o almeno / un nulla di visionario / dove insieme affondare”.
  L’essere anela a un ritorno dei sensi, a un contatto con la natura. Così il pensiero ritorna alla pienezza di vita dell’uomo preistorico, e, di conseguenza, al rapidissimo trascolorare verso la cultura dei libri, dell’intelletto forbito, di una nuova violenza, infine.
  A nulla è valso, se l’essere chiede ancora di essere semplice, una “foglia orfana d’amore / sospesa in volo”.
  La bambina che fa capolino in questi versi, rivendica la sua natura a-storica e innocente e, davanti al mondo degli adulti, grida e si ritrae.

Commenti

  1. Un dono di cura e di profonda partecipazione che è per me l'augurio più bello ricevuto per questo inizio d'anno. Ti sono molto grata, Sebastiano, per aver scandagliato e dilatato il senso di questa mia ultima scrittura.

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  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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