Antonio Alleva, Cronache di fine Occidente, La collina del Dingh, puntoacapo, 2023

 Antonio Alleva, Cronache di fine Occidente, La collina del Dingh, puntoacapo, 2023




  La scrittura di Antonio Alleva presenta, a suo modo, il tono teatrale della voce solista del Coro. Soprattutto nella prima parte del libro, il polemos sociale si alza nettissimo come una predica e a volte una preghiera. Ma si avverte anche un modo dantesco in questa scrittura, e cioè la chiamata diretta, l’evocazione del nome e della colpa.
  Per fare questo Alleva ha bisogno di sterilizzare la solitudine circondandosi della Comunità dei più vicini, in contrapposizione alla Legge giudicante dello Stato, ma anche a quella soggettiva e privata della violenza, della vendetta, della sopraffazione e della guerra.
  Moltissimi testi sembrano lettere a persone, dediche, dialoghi intimi, offerti, poi, a tutti. Il tono etico è sempre altissimo e la voce si fa gonfia.
  Ne consegue una scrittura ricchissima, espansiva, che tende ad inglobare tutte le avventure dell’esperienza umana, inquadrandole entro i confini della grande commedia. L’intimo dell’esperienza personale è sempre in dialogo col teatro del mondo per cui la parola, per non farsi scomunica, persino abiura, si appella a uno spiritualismo “laico”, recuperando della “dottrina” un luminoso concetto di Grazia; tutto è dato per Grazia, per fruizione e conoscenza.
  L’afflato emotivo è una costante della scrittura di Alleva; le mani tese, lo sguardo aperto verso le figure famigliari, i poeti maestri, le sorti dei più sfortunati, dei più umili. Uno sguardo amplissimo, francescano, che infine approda all’esperienza della lingua più umile, il dialetto, in dialogo con Sabatino, nella emozionante rievocazione di un hortus conclusus, il luogo dell’infanzia dove le cose, forse, avvengono per la prima e l’ultima volta.

*

Battesimo

Intanto nel ricordo di ieri
di quando padre Vàldemar gli tracciò
quell’antico segno sulla fronte

intanto in questo antico silenzio
che ancora scalda il cuore del mattino

lo cullo, mi dondolo insieme a Emanuele mio
e nella calma antica che illumina il suo sorriso
nella luce che ancora smaglia i mattoni imperiali di Roma

gli soffio io, adesso gli soffio sulla fronte

il soffio dei poeti non credenti.


*

Noemi e Mariarosa

Mi si è abbarbicata al collo
nessuna lacrima nessun lamento
era solo che non riusciva a dormire
ha teso le braccine come a dire
nonna nonna, non mi lasciare.
Adesso passeggiamo in notturna
lungo il corridoio di oncologia pediatrica
in questo portofranco sospeso tra il guardingo e l’ovatta
passeggiamo guancia a guancia nasino su spalla

calore su calore, che se fosse per noi
divamperebbe all’istante l’incendio
Noemi, mesi ventisette.
Passiamo davanti alle camerette
sussurri e riverberi bluette
lucine rosse gialle verdi che lampeggiano sugli schermi
poi ci fermiamo davanti a questa grande vetrata
davanti a una Milano trapuntata di luminarie e di stelle:

la stringo più forte, la custodisco
come fosse lei la bambina di Betlemme.


*

Si sente un canto di bambini


Si sente un canto di bambini
in questo Avvento spaesato dal sole
e perdura       dentro tutte le ore
e proviene     da mondi di fumo lacrime e rovine

proviene dalle rive
dove s’è intonato a ninna nanna sull’iracondia degli oceani
proviene da questo boschetto di muschi trifogli e pungitopi

qui cadeva la neve
le bacche del ribes struggevano con l’incanto
del rosso sul bianco
le staccionate reggevano i passeri
e vedevi
il vocio dei campanelli verso la messa di mezzanotte

si sente un canto di nuovi bambini
e perdura.

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