Cristina Simoncini, Linea di mira, Pietre Vive, collana Perigeion, 2025



Cristina Simoncini, Linea di mira, Pietre Vive, collana Perigeion, 2025





   Mi chiedo sempre se, quando un libro di poesia racconta, non sia da inquadrare nel contesto dell’epica. L’epica è scrittura che riassume in sé tutti i generi in funzione di un racconto collettivo. Include anche la lirica, i momenti altisonanti del sentimento non trattenuto.
  Così appare la scrittura di Cristina Simoncini, e cioè un’epopea famigliare scritta con le porte e le finestre spalancate, ricostruita attraverso la memoria sfogliando l’album dei ricordi, i momenti congelati nell’istante stesso dell’accadere.
  Nell’intervista in coda al libro, Simoncini confessa di aver letto molta prosa per poi accostarsi alla poesia, percorso effettivamente verificabile negli esiti della sua scrittura, una poesia che racconta, appunto, preservandosi tuttavia, una zona oscura del senso, un suo modo più intimo di custodire. Una doppia strada, quindi: da una parte l’epopea storica, che ci vive e che noi abitiamo, dall’altra le zone non comprensibili, esprimibili con parole che sono solo nostre.
  Potremmo anche azzardare, per questa opera prima, la definizione di un romanzo “popolare” che si dirama nel tempo, aprendo, quindi, la possibilità che la scrittura funga come strumento purgatoriale della coscienza, ma anche specchio di consapevolezza singola e collettiva. Simoncini, infatti, procede attraverso un dire fluente, mai interrotto da sommovimenti e grumi; nel senso che la scrittura si dirama in fotogrammi successivi che incedono con fluidità, senza sotterfugi stilistici o ripensamenti.
  L’elemento cinematografico di questo racconto si percepisce nella suddivisione in capitoli preceduti da un “fermo immagine”, e cioè uno STOP della moviola prima del racconto, del suo propagarsi nel tempo: anni settanta, ottanta, novanta… Non si tratta, però, a mio avviso, di un andamento cronologico. Se è vero che la memoria trattiene i ricordi, questi si presentano in frammenti di immagini, lacerti che chiedono alle funzioni razionali della mente una qualche forma di collocazione nel tempo.
  Il doppio margine di questa scrittura, quindi, risiede da una parte nell’utilizzo dello scatto singolo, del fermo immagine, il luogo della memoria trattenuta, dall'altra la pellicola che scorre, il luogo del racconto senza intoppi.
  Se è vero, dunque, che l’epos racconta, è anche vero che non racconta tutto e in parte ricostruisce. Dunque l’operazione di Cristina Simoncini ha a che fare col “progetto”, e cioè dare un senso a ciò che, apparentemente chiaro, in realtà ci sfugge, si cela, e persino confonde. E’ un senso da dare alla nostra storia personale ma anche al tempo che tutte le storie personali hanno vissuto e questo si può fare bloccando improvvisamente una singola immagine della nostra vita, sedersi a un tavolo e mettersi a scrivere.


In viaggio nei settanta
Fermo immagine

Il bianco e nero in cui giovane per sempre
scende le scale sgretolate di un casolare
appoggiandosi al muro con la mano.
Sopra le ginocchia l’abito stringe
i fianchi, le gambe sono pronte
a sostenere l’urto, a non accomodarsi.
Il sussulto del sole la moltiplica
per cento - possibili altre sé.

Non ha niente a che fare con la donna
che sarà, niente ancora la condanna
al cinismo e alla disattenzione, al fiume
in piena del risentimento, spicca deciso
il corvino dei capelli, l’aria di sfida che la trattiene
sullo scalino con l’eloquenza del piede.


*

Sulla strada
Fermo immagine

Vent’anni in tutto, circa.
Sfidiamo la controra, il riverbero del caldo,
l’operaio abbronzato dagli shorts troppo larghi
che ci accetta sul fiume di catrame
della strada, piccole pioniere
a festeggiare a schiena nuda, stessi zoccoli duri.

L’amicizia alla fine è un gesto,
l’avambraccio distratto sulla spalla:
il nostro arto fantasma.


*

Di questi anni ottanta
Fermo immagine

Risale all’ultima estate in campeggio
questa gradazione di grigi,
seduta sul masso del torrente
osservi annoiata la dissezione del piede
dentro il tremolio dell’acqua gelida,
intorno sbocciano girini a grappoli
una nebulosa di insetti si sfilaccia
la luce riporta a galla nella conca
lo scodinzolio dei bambini.
Cominciano a infastidirti gli schiamazzi
dei più piccoli, il costume tira
sulla metamorfosi del corpo -
è la coda che si stacca.


*

Ultime - tenore di vita
Fermo immagine


Il filo teso e pochi panni grigi,
il ragazzino coi calzoni corti
e la sorella grande in posa,
i cugini abruzzesi ammessi
al corpo mistico della nuova impresa -
pionieri dell’apparenza con cui
saranno incoronati gli anni Ottanta.
Testa e intraprendenza, gente da ammirare.
Ma io osservo un punto estraneo
a questa foto - l’evidenza misteriosa,
il necrologio della madre diventata cieca
che tieni nel cassetto sepolto dalle tovaglie,
il curriculum che certifica la Grazia
e impolvera di viola la memoria.



Commenti

Post popolari in questo blog

Vincenzo Di Oronzo, La rosa di Gerico, MC, 2025

POESIE PER GAZA

TUTTO E' BELLO, di Paolo Donini; una recensione di Marco Bellini