Daniela Monreale, Ebbrezza e resa, Il Convivio, 2024
Daniela Monreale, Ebbrezza e resa, Il Convivio, 2024

Un tema ricorrente in molti libri di poesia che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, è uno stato di allarme nei confronti dell’umano. Difficile, oggi, rifugiarsi nell’idillio o nell’arcadia; rimane, forse, la preghiera o la fuga.
Il titolo di questo ultimo libro di Daniela Monreale si dirama lungo due direttrici: da una parte la resa di fronte all’aberrante procedere del Male; dall’altra la ricerca di una gioia, seppur momentanea, capace di anestetizzare il nero del mondo, rifugiandosi in una sorta di momentaneo torpore.
Si tratta naturalmente di un tentativo che Monreale mette in atto in pochi testi, mentre tutto il libro si caratterizza come dura accusa alle azioni degli uomini.
Il tono di queste poesie non è esplosivo ma trattenuto, severo. La poesia si fa monito ma nella forma di un’implosione dentro la stessa anima del poeta, cosciente di una sconfitta, dell’impossibilità di incidere la dura pietra della Storia.
Monreale non si accontenta delle formule sbandierate come metafore di armonie raggiungibili:
I fiori. Una danza sufi
quella con i dervisci rotanti,
quella del convegno di Riccione,
diceva il narratore: siamo fiori di Dio,
siamo il suo giardino di rose.
Bella metafora, da riposarci sopra,
con la testa sul grembo del Buddha.
Bella ma ingenua, gli uomini sono
crudeli o ignoranti,
ne parliamo quasi ogni sera
a tivù spenta, a tavola finita,
mentre pasticciamo
con le molliche di pane
e spazziamo il pavimento.
Fra tutte le cose, naturali e umane analizzate in negativo, non si salva nemmeno la parola:
La vanità della parola
appiccicata per dovere,
talloncino di marca,
la distesa dei volti si appiattisce
e intanto muore la voce
del più piccolo
abitante del pianeta
Guardare è guardare la confusione del mondo: “Occhi soli, / occhi del diseredato, / mani dure e sporche che non vedi, / non consoli”.
La coscienza, per chi ce l’ha, è una ferita sanguinante che costringe lo sguardo a misurarsi col dolore del mondo: “Ma come fai a dormire / se un pianto si fa strada nella notte, / anche per questo tuo ignorare il nome, / il dolore, la caduta / della mano tesa?”
Monreale non sembra neanche credere a un gesto collettivo di salvezza in nome della specie tutta: “Salvarsi dagli uomini, / dal raffinato imbroglio allontanarsi / e riscrivere i campi infestati dall’odio”.
L’unica formula di momentanea ebbrezza potrebbe essere la via di fuga verso un luogo ancestrale e lontano: “Andrei a vivere nel campo / più lontano. Ascoltare solo / lo schioccare dei rametti / tra zampe di insetto, / e la sera tornare dentro una stanza / profumata di pane”. Il libro, insomma, non lascia scampo ai facili ottimismi e a inutili propositi.
Il programma è molto semplice: “Infine scoprire che la rivoluzione / non consiste nelle barricate, / nel rovesciare imperi, / nell’adunare masse nelle piazze, / ma nell’accorgersi che qualcuno / ha bisogno di te e di nessun altro”.
Monreale, nel poemetto dedicato a Phineas Gage, operaio trafitto al cranio da una trave vicino all’occhio sinistro, rimasto miracolosamente illeso ma vittima di violenti sbalzi di umore, individua negli studi del neuroscienziato Antonio Damasio che analizzò il caso, “il valore cognitivo del sentimento, contro la netta separazione tra emozione e intelletto”. Il male, dunque, consisterebbe nella separazione delle due sfere, nell’agire divisi, in balia di ciò che consideriamo Bene e Male.
Il libro di Monreale non può che prendere atto di questa separazione di cui, tuttavia, ne intuisce la causa. Del resto la poesia non salva nessuno, non risolve conflitti, non ci rende migliori.
Dedica
Ti incontrai presto,
senza chiederti niente,
quando la morte adolescente
bussò alla mia porta, e fu allora
che venne fuori una parola nuova,
schiva e tersa, una parola buia
che sapeva d’astio e di fuga,
ma che pure dava un tepore
e una presenza d’occhi,
rotondi come il pane profumato,
in campagne sognate e solitarie,
(...)
Così sei stata una pietra in fondo al mare,
sei stata voragine e frattale
che nei boschi della vita altrove
porto come un anello di fedeltà
al mondo che non conosco se non
con le tue mosse a sorpresa,
le tue folgorazioni come stelle
o come bave di fuoco sulla marina,
mia anima senza patria, mia Poesia.

Un tema ricorrente in molti libri di poesia che mi è capitato di leggere negli ultimi anni, è uno stato di allarme nei confronti dell’umano. Difficile, oggi, rifugiarsi nell’idillio o nell’arcadia; rimane, forse, la preghiera o la fuga.
Il titolo di questo ultimo libro di Daniela Monreale si dirama lungo due direttrici: da una parte la resa di fronte all’aberrante procedere del Male; dall’altra la ricerca di una gioia, seppur momentanea, capace di anestetizzare il nero del mondo, rifugiandosi in una sorta di momentaneo torpore.
Si tratta naturalmente di un tentativo che Monreale mette in atto in pochi testi, mentre tutto il libro si caratterizza come dura accusa alle azioni degli uomini.
Il tono di queste poesie non è esplosivo ma trattenuto, severo. La poesia si fa monito ma nella forma di un’implosione dentro la stessa anima del poeta, cosciente di una sconfitta, dell’impossibilità di incidere la dura pietra della Storia.
Monreale non si accontenta delle formule sbandierate come metafore di armonie raggiungibili:
I fiori. Una danza sufi
quella con i dervisci rotanti,
quella del convegno di Riccione,
diceva il narratore: siamo fiori di Dio,
siamo il suo giardino di rose.
Bella metafora, da riposarci sopra,
con la testa sul grembo del Buddha.
Bella ma ingenua, gli uomini sono
crudeli o ignoranti,
ne parliamo quasi ogni sera
a tivù spenta, a tavola finita,
mentre pasticciamo
con le molliche di pane
e spazziamo il pavimento.
Fra tutte le cose, naturali e umane analizzate in negativo, non si salva nemmeno la parola:
La vanità della parola
appiccicata per dovere,
talloncino di marca,
la distesa dei volti si appiattisce
e intanto muore la voce
del più piccolo
abitante del pianeta
Guardare è guardare la confusione del mondo: “Occhi soli, / occhi del diseredato, / mani dure e sporche che non vedi, / non consoli”.
La coscienza, per chi ce l’ha, è una ferita sanguinante che costringe lo sguardo a misurarsi col dolore del mondo: “Ma come fai a dormire / se un pianto si fa strada nella notte, / anche per questo tuo ignorare il nome, / il dolore, la caduta / della mano tesa?”
Monreale non sembra neanche credere a un gesto collettivo di salvezza in nome della specie tutta: “Salvarsi dagli uomini, / dal raffinato imbroglio allontanarsi / e riscrivere i campi infestati dall’odio”.
L’unica formula di momentanea ebbrezza potrebbe essere la via di fuga verso un luogo ancestrale e lontano: “Andrei a vivere nel campo / più lontano. Ascoltare solo / lo schioccare dei rametti / tra zampe di insetto, / e la sera tornare dentro una stanza / profumata di pane”. Il libro, insomma, non lascia scampo ai facili ottimismi e a inutili propositi.
Il programma è molto semplice: “Infine scoprire che la rivoluzione / non consiste nelle barricate, / nel rovesciare imperi, / nell’adunare masse nelle piazze, / ma nell’accorgersi che qualcuno / ha bisogno di te e di nessun altro”.
Monreale, nel poemetto dedicato a Phineas Gage, operaio trafitto al cranio da una trave vicino all’occhio sinistro, rimasto miracolosamente illeso ma vittima di violenti sbalzi di umore, individua negli studi del neuroscienziato Antonio Damasio che analizzò il caso, “il valore cognitivo del sentimento, contro la netta separazione tra emozione e intelletto”. Il male, dunque, consisterebbe nella separazione delle due sfere, nell’agire divisi, in balia di ciò che consideriamo Bene e Male.
Il libro di Monreale non può che prendere atto di questa separazione di cui, tuttavia, ne intuisce la causa. Del resto la poesia non salva nessuno, non risolve conflitti, non ci rende migliori.
Dedica
Ti incontrai presto,
senza chiederti niente,
quando la morte adolescente
bussò alla mia porta, e fu allora
che venne fuori una parola nuova,
schiva e tersa, una parola buia
che sapeva d’astio e di fuga,
ma che pure dava un tepore
e una presenza d’occhi,
rotondi come il pane profumato,
in campagne sognate e solitarie,
(...)
Così sei stata una pietra in fondo al mare,
sei stata voragine e frattale
che nei boschi della vita altrove
porto come un anello di fedeltà
al mondo che non conosco se non
con le tue mosse a sorpresa,
le tue folgorazioni come stelle
o come bave di fuoco sulla marina,
mia anima senza patria, mia Poesia.
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