Emiliano Rolle, Filastrocche da un oblò, MC, 2025
Emiliano Rolle, Filastrocche da un oblò, MC, 2025
Non inganni il titolo del libro. Non si tratta di filastrocche ad uso dell’infanzia ma di riflessioni utili all’età adulta. L’utilizzo della “filastrocca”, che poi in realtà coincide con un’ampia gamma di forme metriche, sembra costituire un modo per rimettere in campo la parola “bassa” ma anche chi la frequenta.
Il primo testo della raccolta, infatti, è da considerarsi come una dichiarazione di poetica e una giustificazione: “forse bisogna accenderle / le poesie con la pi minuscola (…) spenderle finché alimentano / il fuoco sacro delle maiuscole / le rime / le strofe”.
Il maiuscolo, dunque, si contrappone al minuscolo. Ma ancora, per chiarezza, nel secondo testo, parlando della poesia: “se ne scrive anche troppa / col sospetto fondato che non serva non farlo”. Ma è vero anche il contrario, e cioè il dubbio che non sia il caso di ascoltarle le motivazioni perché se ne scriva così tanta, “perché a volte le cose si rovesciano / perché il dubbio che affligge la scrittura / l’unico dubbio che sa riscattarla / è provare ad ascoltarla”.
Non esiste una divisione tematica tra le tre parti che compongono il libro. Certamente nelle composizioni organizzate a distico, l’accento è posto sulla cantilena, sulla rima semplice ad evocare l’infanzia, un luogo in cui tutto è ancora “basso” e splendente, la riflessione filosofica non ha casa e la parola va a braccetto con i sensi:
qualcosa ci è stato affidato
il pianto di un altro neonato
le grandi foreste pluviali
gli oceani le impronte animali
i brividi sotto le stelle
miriadi di esigue fiammelle
che bruciano bruciano piano
qualcosa di intimo e strano
ci dice che vive e che invecchia
nel giorno che un giorno si specchia
e apprende che niente permane
che in questa miriade di frane
gli è stato donato un sostegno
è quello di metterci impegno
a starsene ancora in ascolto
Il poeta, dunque, invoca l’ascolto e per ottenerlo immagina il libro come una successione incessante di interrogativi e risposte, forse un manuale per ben vivere.
L’interrogazione riguarda le azioni, ma anche la stessa immagine che abbiamo di noi stessi “può solamente darsi / che il tempo della vita scorra uguale / tra me e me / prima di disfarsi / eppure dei due me uno è più fragile / si aggrappa con le unghie alla sua immagine / al totem inscalfibile che è”.
E’ la solita denuncia che molta poesia mette in atto, e cioè la discordanza tra l’io e gli altri, la Comunità e lo Stato, la nostra immagine allo specchio e quella che si riflette nello specchio degli altri.
Alcuni testi, più di altri, dichiarano comunque la speranza di una riconciliazione, mentre alla parola e alla letteratura si rimprovera il rischio di un vuoto a perdere, di una bulimia che finisce per coincidere con la bocca famelica e feroce del mondo.
*
E tutto il resto è assente
dalla letteratura
che declina o perdura
ma non mèdica niente
*
leggero leggero si stempera il canto
il cuore di un altro può aprirsi all’incanto
e se anche non si apre va bene lo stesso
si impiega degli anni a trovarne un accesso
ma più che ci penso più è chiaro l’errore
e il cuore di un altro non è che il mio cuore
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