Guglielmo Aprile su un libro di Giovanni Ibello

Giovanni Ibello, Dialoghi con Amin, Crocetti, 2022





L’impegno poetico di Giovanni Ibello perviene in Dialoghi con Amin (Crocetti, 2022) a una proposta di scrittura originale e matura, che spicca nel panorama odierno per la complessità dei richiami culturali che la sostengono e per l’intensità delle soluzioni espressive adottate. Il poeta in questa raccolta torna ad essere sciamano: è un Tiresia trapiantato nella contemporaneità, ma pur sempre memore della patria iperborea da cui è stato esiliato, e della quale porta impresso un pulviscolo scintillante sulle vesti del proprio linguaggio. Oscura come quella del vento, della roccia, dei vulcani, la sua è una voce che sembra provenire dalle barbare distanze di un ancestrale animismo, quando il fulmine e il sangue, le nuvole e gli animali parlavano all’uomo e questi chiedeva ai più ispirati tra i suoi simili, druidi e veggenti, di interpretare il “cifrario di Dio” rappreso nelle frantumate apparenze del mondo. La scrittura si mostra infiammata da una tensione ascetica che imprime allo stile una elevatezza tragica e una drammatica ricchezza di contrasti; e il suo sacerdote si fa maestro e guida di un itinerario culminante in una rivelazione intraducibile, che incenerisce l’io umano ma al contempo lo innalza al di sopra della contingenza, permettendogli di guadagnare le rarefatte altitudini dell’estasi attraverso il sacrificio di sé stesso. La parola assume una funzione rituale e liturgica, risuona di trasalimenti iniziatici, diventa altare di una autoimmolazione necessaria a salvarsi, e anela a convertire in “gemme” i “roghi autunnali”, riscattando l’ombra che grava su ogni cosa creata in emblema di vittoria sulla temporalità; essa elegge perciò il suo adepto a destinatario di una resurrezione eleusina: “Stanotte muoio cane e poi rinasco / ragno di luce estenuata”. Morire è sentire il passo di una “armata” che avanza silenziosa in un paesaggio “senza luna”; la fine diventa amplesso con l’invisibile: come avviene per i pianeti, anche la mente “imploderà”, ma l’estinzione, tanto per noi quanto per i corpi celesti, è sempre momentanea e spalanca la rinascita per il “corpo che diventa seme”. Una toponomastica favolosa è sfruttata a fini rabdomantici ed evocativi: la “Mesopotamia dell’invisibile” e lo “Yucatan”, che dà il titolo alla prima sezione, alludono a lontananze inesplorate, a un dominio vergine che alletta e insieme respinge; e si fanno frontiera di un ignoto che si manifesta in una oscurità che sgomenta come un “rinoceronte nero”, non attingibile seguendo le vie della logica, e che allo sguardo può dischiudere tesori inauditi quanto indizi di uno smarrimento. Le esuberanti combinazioni analogiche, istituendo tra le immagini accordi e associazioni inconsuete e che disorientano il senso comune, aprono piste e varchi di accesso a una conoscenza di tipo misterico, tramite il riflettersi dei reciproci significati reconditi; il fuoco, universale archetipo di rigenerazione, si presta di frequente a simboleggiare il potere dell’alchimia verbale, declinandosi nell’apparizione della “vergine dei falò”, che dispensa “baci al kerosene”, nel dispiegarsi di un “teorema dei roghi” o del “segreto convegno delle vampe”, nell’esplosione di una gioia che “nasce incendio e muore sole”; e “ogni parola / che ancora gemma fu fuoco”: il suo suono è magma coagulato e riverbera dell’arcaica incandescenza. Il protendersi verso un altrove implica il rischio di un collasso, contempla l’ipotesi dello sprofondamento, accettata però con la vocazione del martire che nella certezza del naufragio incontra anche “lo zenit del diluvio”, una sublimazione del proprio smacco, e che si muove sulla soglia tra “baratri e gemme”, tra disfacimento e trionfo, secondo le fasi di un lessico dilaniato da escursioni violente, che alternano scampoli di apocalisse a irradiazioni di empirea beatitudine, come quando saluta “l’hiroshima degli splendori” nel fantomatico interlocutore dell’allocuzione lirica. I tentativi di definire il mistero dell’identità di Amin (un messaggero dell’oltre? Un angelo o un demone sfuggito al pantheon di qualche primitivo culto pagano? O una proiezione dello sconosciuto che ognuno resta a sé stesso?), introdotti dalla formula “Sono…”, delineano i barlumi di un io ridotto a “stella cancerosa” e a “bambino lordato di cenere”, ma ancora mosso da una vitalità che resiste all’abbattimento di ogni riparo metafisico, su uno scenario di desolazione percorso dalla “prima musica dopo la fine”. Simile a un mistico, il poeta venera le primizie della tenebra, cerca nel “quasibuio” quella dilatazione del proprio sentire da cui sgorghi un “osanna” di redenzione. Si avverte spesso una voluttà nell’abbandono all’abbraccio delle potenze infere, un compiacimento nell’assistere al “primo giorno senza luna”, un trepidare nell’attesa che “venga la prima parola che dica mai più”; attesa che comporta “spine”, ma che si fortifica rintracciando “diademi”, luminose impronte epifaniche nel codice del visibile. Siamo in presenza di un universo lirico solcato da visioni enigmatiche come “la vergine delle dune” o “la cernia ermafrodita”, nel quale la solitudine è vigilata da “divinità asfissiate”, e soprattutto popolato di presagi: dominato, come evidenziato dalla prefazione curata da De Angelis, da un’atmosfera assorta e sospesa che prepara a un evento non decifrabile, che non sappiamo se preluderà al miracolo oppure a una calamità: si annuncia costantemente nella raccolta il sentore di una visitazione perturbante ormai prossima, di un’alba oracolare che sta per giungere, di un avvento che è sul punto di compiersi e che inquieta, proprio per l’ambiguità del messaggio di cui è portatore, lampeggiante tra gli squarci dialogici, auspicato tramite l’uso del verbo “venire” coniugato al futuro (“Verrà la fine, verrà la chiromante delle ustioni”) o al congiuntivo ottativo (“Venga l’urlo luciferino”); un ritmo percussivo e incalzante grazie alle coppie di assonanze poste a fine verso (“Adesso è tutta luna nuova / mentre ancora / tira a sorte la vena / dio anatema”) sfocia in interrogativi vertiginosi a chiusura di un testo come “Amin, è quasi giorno”, che rivelano l’incombenza dell’abisso sul fragile schermo dell’essere vivi: “Quanti millimetri ci separano dal buio?” La categoria del tremendo, dalla valenza tanto teologica quanto psicologica, traspare anche nell’obnubilante trasporto dell’eros, quando “l’uomo che si dispera sopra i seni” sperimenta anche nel proprio corpo lo sconfinamento nel numinoso. Essere chiamati ad esistere equivale a individualizzarsi, a disgiungersi dal cosmo per circoscriversi in una forma finita, giacché “tutto si separa per venire alla luce”; eppure “mai nessuno / ci ha chiesto di essere vivi”, perciò venire al mondo si scopre maledizione, dono non richiesto e insieme non recusabile, conferma della tremenda saggezza del Sileno greco, che dichiarava preferibile non essere mai nati al progressivo spegnimento in cui ingrigisce una “vita sempre sognata” e mai fedele al sogno di “fare alta la vita” (eco dell’utopia rimbaudiana di refaire la vie), di sottrarre la travagliata vicenda terrena alla deriva nichilistica che la svuota della pienezza a cui agogniamo, per renderla nuovamente degna e significativa. Vivere è scoccare una freccia, l’unica di cui si disponga, verso il bagliore giunto al suo accecante culmine meridiano, con gesto di arciere che si accinga a tirare controsole, con gli occhi chiusi o bruciati da una luce impenetrabile come la notte; ma a chi si sia strappato di dosso la maschera non resta che “dichiarare guerra all’incendio” e “al tuono”, “all’acqua stellata (…) / a te che dici / io sono vivo”, rifiutando come “inutile” ogni pace e accettando di scontare fino a che sarà al mondo un tormento che non si estingue. L’individuo che ha scoperto la menzogna insita in ogni felicità che si pretenda alla portata del desiderio, impotente di fronte al proprio inappagato bisogno di sovrannaturale, fa pensare a una versione dell’Ubermensch nietschiano ma superstite a una catastrofe; egli dichiarerà di “rinunciare al cielo-ziqqurat” in via definitiva, rinnegando la prospettiva secondo cui, fin dalle prime civiltà sorte sulle rive del Tigri e dell’Eufrate, la volta stellata era creduta regolata da un’armonia benevola, riflessa in quei templi che miravano a riprodurre nella loro architettura a sette piani un ordine più alto, ma ormai ridotta a nient’altro che a “baratro di uccelli”; e non potrà che opporsi e “scalciare” contro le leggi della “cancellazione”, invocando un dio divenuto “demente” perché stordito dall’impossibilità di far fronte all’assurdo, di rinvenire un senso nella sua stessa opera, in cui ogni creatura è generata allo scopo di essere riassorbita dal grembo dell’annientamento, verso quel “nulla che già siamo stati”. L’atto poetico esprime lotta e disaccordo indomiti, volontà di non piegarsi al divenire che travolge e inghiotte insensibile il destino degli esseri singoli, si nutre di un’urgenza prometeica, elabora un’ardita iconoclastia che insorge contro “la piena dei giardini” e demistifica l’inganno dell’eterna rinascita primaverile, sebbene l’umana protesta contro il limite che ci condanna sia vana e folle, come la furia di colui che “prende a pugni a rena”. Ricorrenti le manifestazioni di una bellezza ferita, offesa, profanata, emblemi di una trascendenza che si offre nello strazio e nella caduta, come nell’immagine di un “anemone / divelto sopra i silos”; la natura si mostra oltraggiata e mutilata (il sole è “infartuato” e la sua luce “cariata”), sconvolta da tempeste e “recessioni di stelle”, squassata da un cataclisma per cercare scampo al quale l’unico dio da invocare sarà quello “del fiore nero”, che spunta sull’orlo di voragini che la ragione non può sondare, in sostituzione delle consolanti promesse consegnate dalla religiosità convenzionale: un dio dallo splendore sanguinario, che lacera inscenando la sua “giostra di tagliole e vento” e che balena ancora una volta nelle fiamme, nello sprigionarsi verso l’alto dei “picchi delle braci”; un “dio dei deserti”, meta di un’odissea interiore che mette in preventivo il rischio e forse la paradossale speranza della perdizione.

Guglielmo Aprile

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