Laura Costantini, Hortus Inconclusus, puntoacapo, 2025
Laura Costantini, Hortus Inconclusus, puntoacapo, 2025

Leggendo queste poesie, penso alla forma di un macrotesto geografico che si dirama e riconosce il suo limite lungo l‘arco di un vasto orizzonte mediterraneo, (l’Adriatico è il mare evocato).
La musa, qui, è indubbiamente la luce, lanterna magica che rischiara gli anfratti e le sporgenze naturali, ma anche i moti dell’animo, indissolubilmente legati a un’altra forza convergente: la Storia personale e quella del territorio.
Ne consegue che l’essere è il frutto risultante da un contesto di occasioni: i grandi avvenimenti che non dipendono da noi e quelli che contribuiscono a edificare il nostro romanzo; incontri e abbandoni, crescita e regressioni.
La voce che attraversa il libro indossa le vesti di una bambina evocata nel teatro di un mare luminoso che segna l’orizzonte. “Che sia notturno e alto / il singulto ermo del mare”, scrive Laura Costantini evocando Pascoli, citazione che ha tutto il sapore di un rispecchiamento. Sentiamo il suono costante di un’eco, una melodia che è afflato dell’animo, ricerca di un’armonia attraverso la sottrazione al tempo di un momento felice che si vorrebbe eterno.
La dichiarazione di un’orfanezza, poi, è conseguenza di una sorta di “spezzatura” già avvenuta.
Anche quando la voce ci racconta di altri viaggi, lo sguardo torna sempre indietro a un amore perduto più grande di noi stessi.
*
vieni odore di mare
con la voglia di Venere di nascere
al mondo
- sui doveri del giorno
e le cianfrusaglie boriose
tu mio donno, mio Signore
vieni odore di mare
con la voglia di Ulisse di conoscere
il mondo, solcare le onde
braccare gli orizzonti
- tra terraferma e terraferma
ancora e sempre un altro orizzonte
vieni odore di mare
coi canti di Chio sulle correnti
l’epos dei popoli che ci furono madri
i versi alessandrini nei pomeriggi assolati
fini a null’altro che a se stessi
come al suo culmine ardente
il desiderio
vieni odore di mare
con la sapienza del Nisseno e del Nazianzeno
e gli esametri stanchi di una lingua morente
e la fine di un Impero tra i ruderi suoi
inselvatichiti e il nostro tempo immemore
che non sa che farsene di lui
vieni odore di mare
col profumo intonso dei miei anni perduti:
ho amato la sabbia bollente
sotto i piedi e la salsedine tenace,
ho amato tutto di te

Leggendo queste poesie, penso alla forma di un macrotesto geografico che si dirama e riconosce il suo limite lungo l‘arco di un vasto orizzonte mediterraneo, (l’Adriatico è il mare evocato).
La musa, qui, è indubbiamente la luce, lanterna magica che rischiara gli anfratti e le sporgenze naturali, ma anche i moti dell’animo, indissolubilmente legati a un’altra forza convergente: la Storia personale e quella del territorio.
Ne consegue che l’essere è il frutto risultante da un contesto di occasioni: i grandi avvenimenti che non dipendono da noi e quelli che contribuiscono a edificare il nostro romanzo; incontri e abbandoni, crescita e regressioni.
La voce che attraversa il libro indossa le vesti di una bambina evocata nel teatro di un mare luminoso che segna l’orizzonte. “Che sia notturno e alto / il singulto ermo del mare”, scrive Laura Costantini evocando Pascoli, citazione che ha tutto il sapore di un rispecchiamento. Sentiamo il suono costante di un’eco, una melodia che è afflato dell’animo, ricerca di un’armonia attraverso la sottrazione al tempo di un momento felice che si vorrebbe eterno.
La dichiarazione di un’orfanezza, poi, è conseguenza di una sorta di “spezzatura” già avvenuta.
Anche quando la voce ci racconta di altri viaggi, lo sguardo torna sempre indietro a un amore perduto più grande di noi stessi.
*
vieni odore di mare
con la voglia di Venere di nascere
al mondo
- sui doveri del giorno
e le cianfrusaglie boriose
tu mio donno, mio Signore
vieni odore di mare
con la voglia di Ulisse di conoscere
il mondo, solcare le onde
braccare gli orizzonti
- tra terraferma e terraferma
ancora e sempre un altro orizzonte
vieni odore di mare
coi canti di Chio sulle correnti
l’epos dei popoli che ci furono madri
i versi alessandrini nei pomeriggi assolati
fini a null’altro che a se stessi
come al suo culmine ardente
il desiderio
vieni odore di mare
con la sapienza del Nisseno e del Nazianzeno
e gli esametri stanchi di una lingua morente
e la fine di un Impero tra i ruderi suoi
inselvatichiti e il nostro tempo immemore
che non sa che farsene di lui
vieni odore di mare
col profumo intonso dei miei anni perduti:
ho amato la sabbia bollente
sotto i piedi e la salsedine tenace,
ho amato tutto di te
Grazie infinite, Sebastiano, per questa bellissima recensione e per il tempo dedicato alla mia poesia. 💙 "Sentiamo il suono costante di un’eco, una melodia che è afflato dell’animo, ricerca di un’armonia attraverso la sottrazione al tempo di un momento felice che si vorrebbe eterno"...💙 È davvero così.
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