Rita Pacilio, La prima parola, DiFelice Edizioni, 2025
Rita Pacilio, La prima parola, DiFelice Edizioni, 2025

“La prima parola” è un lungo poemetto che si presenta in forma di macrotesto, un tessuto che cattura riflessioni, pensieri, immagini, tutte accomunate da una richiesta di senso che non può essere data. Il motivo è suggerito dal tema stesso del libro, e cioè la parola incipitaria che crea incessantemente. Ma la creazione è un atto che non può fermarsi ed è la stessa condizione per cui la poesia è grembo di un gesto continuo, labirintico, in perpetuo moto:
Questo labirinto che non so sorvegliare
oltre me stessa
in movimento senza vocabolario
mi porta
qui.
Sono gli ultimi versi del poemetto.
L’immagine del labirinto dice chiaramente che la parola, nel suo affannoso tentativo di protendersi verso un futuro più luminoso, in realtà è condannata al moto inverso della rinascenza.
Tutto il libro si dirama fra due opposti: “la prima parola” e il non vocabolario degli ultimi versi:
Rinascere con dolcezza, prevedere
un pensiero, affidare le briciole
all’innocenza, senza occhi e mani.
Il lavoro di Rita Pacilio, allora, può essere inteso come un gesto purgatoriale di penitenza in vista di una nuova luce.
Le parole cercano di contenere tutte le esperienze della vita, evocate nel disordine dei pensieri in dormiveglia, come grumi che affiorano alla memoria secondo urgenze e necessità misteriose: leggiamo di Dio, dei genitori, dell’infanzia, dell’amore, come se, a un certo punto, la nostra vita ci restituisse tutte le parole non concluse, ancora cariche di domande e per questo dolorose.
Il silenzio si muove nei parchi
di mattina, picchietta la libertà
e il coraggio
ondeggia una vecchietta
in cerca di conchiglie sulla sabbia.
Mi assomiglia tanto.
Siamo la generazione che ha visto tutto
la guerra, la ripresa e poi la guerra
l’amore trascorso in una notte
lacrime acquasantiera
vicino agli occhi.
Però lo voglio dire:
ancora adesso custodisco
la scomparsa del mio perduto
e proteggo
il volto ritrovato, riconquistato
l’infanzia dei miei anni selvatici
resto un pensiero fissato
studiando a memoria il gioco-termine.
Da ovest a est c’è una forza esterna
un peso che portiamo
“ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo,
ti amo, ti amo, ti amo”.
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