Vincenzo Di Oronzo, La rosa di Gerico, MC, 2025
Vincenzo Di Oronzo, La rosa di Gerico, MC, 2025

E’ molto difficile, oggi, leggere un libro come questo. Si tratta di un’operazione controcorrente, che rimette in campo una scrittura scaturita da un clima apocalittico, carico di immagini/simbolo. Le categorie che abbiamo per connotare questa lingua sono il simbolismo e il surrealismo ma sarebbe limitante considerare il lavoro di Vincenzo Di Oronzo come epigono di un genere. Piuttosto occorre soffermarsi su poche immagini che ci riportano al dramma della vita. Ad esempio: “La madre calva, cucita dal sangue / di Gaza”. E poi una citazione da Leonard Cohen: “C’è una guerra intorno (…) e chiameranno quest’oscurità poesia”, che io interpreto in questo modo: la guerra che ci circonda non scatena nel poeta la giusta violenza dell’invettiva e del grido ma la parola oscura che genera poesia.
La realtà, dunque, non è ignorata ma trasposta nel grande teatro dei simboli.
Se è vero che l’apocalisse non è descrizione di qualcosa che deve ancora avvenire ma sguardo allucinato sul presente, la poesia è parola che non ha alcun potere salvifico sul mondo. La poesia costruisce mondi trascinando a sé lacerti del reale, l’urgenza del dire creando immagini.
Il libro, in effetti, si presenta come un vastissimo affresco visivo di sfondi e di figure tratte dal mito; descrizione di scene cultuali, Dioniso, la Sibilla...fra tutte le figure primeggia quella di un clown sconsolato e derelitto che ci riporta al clima notturno del primo simbolismo, figura mesta che si erge sullo sfondo di scene incomprensibili, trattate come metamorfosi di paesaggi umani in cui la tragedia ha generato incomprensione di senso e, probabilmente, sfiducia nella parola mondana:
Gli occhi belli di Narciso,
flagellati nella coscienza dell’acqua.
Io sono un clown
So di Eco a inseguire il bianco nulla
Ragazzo che vivi per gioco e hai il tempo del cristallo.
*
Dedica
A Samuel imitatore di uccelli
Al Danubio blu sulla pista affollata di occhi
Alla marionetta accesa di neon, sul palcoscenico dell’istante
E’ molto difficile, oggi, leggere un libro come questo. Si tratta di un’operazione controcorrente, che rimette in campo una scrittura scaturita da un clima apocalittico, carico di immagini/simbolo. Le categorie che abbiamo per connotare questa lingua sono il simbolismo e il surrealismo ma sarebbe limitante considerare il lavoro di Vincenzo Di Oronzo come epigono di un genere. Piuttosto occorre soffermarsi su poche immagini che ci riportano al dramma della vita. Ad esempio: “La madre calva, cucita dal sangue / di Gaza”. E poi una citazione da Leonard Cohen: “C’è una guerra intorno (…) e chiameranno quest’oscurità poesia”, che io interpreto in questo modo: la guerra che ci circonda non scatena nel poeta la giusta violenza dell’invettiva e del grido ma la parola oscura che genera poesia.
La realtà, dunque, non è ignorata ma trasposta nel grande teatro dei simboli.
Se è vero che l’apocalisse non è descrizione di qualcosa che deve ancora avvenire ma sguardo allucinato sul presente, la poesia è parola che non ha alcun potere salvifico sul mondo. La poesia costruisce mondi trascinando a sé lacerti del reale, l’urgenza del dire creando immagini.
Il libro, in effetti, si presenta come un vastissimo affresco visivo di sfondi e di figure tratte dal mito; descrizione di scene cultuali, Dioniso, la Sibilla...fra tutte le figure primeggia quella di un clown sconsolato e derelitto che ci riporta al clima notturno del primo simbolismo, figura mesta che si erge sullo sfondo di scene incomprensibili, trattate come metamorfosi di paesaggi umani in cui la tragedia ha generato incomprensione di senso e, probabilmente, sfiducia nella parola mondana:
“L’intelligenza, lo stato di veglia, uccide, il sonno sogna e vede chiaro”. (Breton).
E’ una citazione posta ad esergo della sezione eponima “La rosa di Gerico”, in cui il tono si fa supplichevole preghiera. Tutta la sezione è inizialmente scritta in forma di invocazione al Signore per poi ribadire, a un certo punto, la violenza della parola mondana, “la grammatica verticale della vita / che uccide il suo autore”, e forse anche l’auspicio che una parola diversa, imparentata col divino, ci salvi: “L’immagine differita nell’acqua // di un Dio penitente. / L’occhio scolora la mente: / i clienti di Delfi, / che aspettano l’apparizione della voce”.
*
Che io veda, Signore, pietà dei pellicani spaventati.
Pietà per i randagi,
che mangiano bocche e vene bruciate di amori,
sotto ogni costellazione.
Sono nudo, Signore,
Il grido della notte è l’abito che mi hai dato.
Mangio veemenza di abbandoni e canti.
L’Apocalisse è il Caso dello Splendore?
*
Io sono un clown
Io sono un clown che piange in stracci di gioia:
che beve il vino dell’insonnia.
Condivido il pane coi pazzi.
So le parole sognate dai pesci.
Così sperimento il tempo:
un figlio che mi muore dentro.
Che io veda, Signore, pietà dei pellicani spaventati.
Pietà per i randagi,
che mangiano bocche e vene bruciate di amori,
sotto ogni costellazione.
Sono nudo, Signore,
Il grido della notte è l’abito che mi hai dato.
Mangio veemenza di abbandoni e canti.
L’Apocalisse è il Caso dello Splendore?
*
Io sono un clown
Io sono un clown che piange in stracci di gioia:
che beve il vino dell’insonnia.
Condivido il pane coi pazzi.
So le parole sognate dai pesci.
Così sperimento il tempo:
un figlio che mi muore dentro.
Gli occhi belli di Narciso,
flagellati nella coscienza dell’acqua.
Io sono un clown
So di Eco a inseguire il bianco nulla
Ragazzo che vivi per gioco e hai il tempo del cristallo.
*
Dedica
A Samuel imitatore di uccelli
Al Danubio blu sulla pista affollata di occhi
Alla marionetta accesa di neon, sul palcoscenico dell’istante
Al segreto del teatro del Nō
A Zeami che rompe il filo dell’ora
E si spezza
Alla persona che parla alla luce della sua ombra
Al deserto di lune
A Dio nel Vaso dello Splendore.
A Zeami che rompe il filo dell’ora
E si spezza
Alla persona che parla alla luce della sua ombra
Al deserto di lune
A Dio nel Vaso dello Splendore.
Sulla oscurità che chiamiamo poesia ci sarebbe da riflettere e tanto.
RispondiEliminaAntonio Leotta