Fabio Dainotti, Per gente sola, Book Editore, 2026
Fabio Dainotti, Per gente sola, Book Editore, 2026

E’ assai scontato, ma, del resto, pertinente, riportare il senso di questo libro al tema della solitudine dell’uomo contemporaneo. I versi, tutti déshabillés, riportano leggere assonanze che sanno di malinconia, di realtà ineludibile e, persino, malgrado i propositi della seconda parte, di antica fatalità.
Dainotti, insomma, indaga con analitica resa e con in mano il bisturi della verità, la condizione dell’essere nel momento in cui, per scelta, per consapevole resa o per condizione sociale, rinuncia all’altro, alla sopraffazione o alla consolazione dell’altro.
L’uomo solo non può gridare, poiché la sua voce è ridotta a un pigolio, persino a un mutismo destinale e questo è il motivo per cui Dainotti non indaga la psiche, le motivazioni, ma semplicemente il fatto della resa, il brevissimo ritratto della figura nello sfondo del paesaggio alienante dell’urbe.
Ciò che gli interessa sembra avere a che fare non con l’indagine più o meno sociologica ma con la possibilità, e forse con il compito della letteratura, di dire ciò che non può essere spiegato ma osservato con quella pietas che i veri poeti, anime apparentemente solitarie ma profondamente corali, possono sentire.
La sensazione di chi legge riguarda riguarda in effetti uno specchiamento, e cioè la previsione di una sorte comune. Si consideri, poi, che la solitudine non è solo la condizione dell’umano, ma anche quella del poeta che per scrivere deve ascoltare l’eco delle voci silenziose che lo guardano senza farsi guardare. Si leggano le note e si veda come tantissimi versi siano in relazione con altre scritture, variazioni di mondi che, seppur distanti, si tengono in contatto nel modo misterioso della cultura e della preveggenza.
Luigi Fontanella, nella prefazione, parla di un “teatrino illusorio” e Vincenzo Guarracino di un “osservatorio, specchio e teatro del vivere”. Sono annotazioni che rimandano alla forma della pagina in cui i versi minimi e scarni di Dainotti a malapena si stagliano sul grande bianco, metafora, esso stesso, del vuoto da riempire, ma anche della possibilità che da questo bagliore di vuoto possa nascere una parola di senso, un modo per trasformare la condizione della solitudo in atto creativo.
*
L’uomo rimane al buio un’ora intera
solo, guarda la casa
di fronte, illuminata
a sera, e la famiglia radunata.
*
Uno parla con te una volta sola,
e ti rimane infissa una parola.
*
Il maestro ha bisogno di fermarsi,
mentre gli alunni corrono, appoggiarsi
ala ringhiera, stare
solo; pensare.
*
A volte credi di essere già morto
e camminare solo in mezzo a tanti
che si credono vivi.
*
Cercare lo sguardo dell’altro.
Mendicare un sorriso, un soldino
d’amore, che illumini il suo,
ma anche il tuo, viso.
*
Aspettare davanti alla specchiera
che faccia sera.
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