Gabriela Mistral, Da Lagar, 1954, traduzione di Piero Raimondi
Gabriela Mistral, da Lagar, 1954, traduzione di Piero Raimondi
Mani di operai
Dure mani somiglianti
a molluschi od a rapaci;
colore di terra e abbronzate
con arsione di salamandre
e belle tremendamente
sia in alto agili sia in basso stanche.
Fango su fango ammassano
pietra su pietra abbattono
avvolte in nodi di canapa
o vergognose in cotoni,
da nessuno viste o guardate
se non dalla magica Terra.
Simili ai loro picconi
alle mazze, mai all’anima;
a volte in giri pazzi,
tagliuzzate come il ramarro,
e poi, Albero-Adamico
privo degli altri rami.
Le sento tirare telai;
in forni le vedo bruciate.
Socchiuse le lascia l’incudine,
strette la pioggia di grano.
All’imbocco di miniere
e in cave azzurrine le vidi.
Per me sulle barche remarono,
mordendo le onde malvagie
e la mia fossa giusta scaveranno,
anche se non mi videro la schiena.
Ad ogni estate tessono
lini freschi come l’acqua.
Cardano poi e pettinano
il cotone e la lana
e cantano tessendo
vesti di bimbi e d’eroi.
Tutte dormono screziate
di pustole e cicatrici.
Le tocca Padre Zodiaco
con il Toro e la Bilancia.
E poiché, in sonno, continuano
a scavare o pestar canne,
Gesù Cristo le prende e le tiene
fra le sue fino all’aurora!
*
Un’ode alle mani. Non quelle nobili degli uffici, dei potenti e dei benestanti, ma di quelle che costruiscono il mondo col lavoro. Le mani che derivano direttamente da Adamo, cacciato dal paradiso terrestre insieme ad Eva, condannato a guadagnarsi il pane con fatica e con sudore.
Dure mani somiglianti
a molluschi od a rapaci;
colore di terra e abbronzate
con arsione di salamandre
e belle tremendamente
sia in alto agili sia in basso stanche.
Fango su fango ammassano
pietra su pietra abbattono
avvolte in nodi di canapa
o vergognose in cotoni,
da nessuno viste o guardate
se non dalla magica Terra.
Simili ai loro picconi
alle mazze, mai all’anima;
a volte in giri pazzi,
tagliuzzate come il ramarro,
e poi, Albero-Adamico
privo degli altri rami.
Le sento tirare telai;
in forni le vedo bruciate.
Socchiuse le lascia l’incudine,
strette la pioggia di grano.
All’imbocco di miniere
e in cave azzurrine le vidi.
Per me sulle barche remarono,
mordendo le onde malvagie
e la mia fossa giusta scaveranno,
anche se non mi videro la schiena.
Ad ogni estate tessono
lini freschi come l’acqua.
Cardano poi e pettinano
il cotone e la lana
e cantano tessendo
vesti di bimbi e d’eroi.
Tutte dormono screziate
di pustole e cicatrici.
Le tocca Padre Zodiaco
con il Toro e la Bilancia.
E poiché, in sonno, continuano
a scavare o pestar canne,
Gesù Cristo le prende e le tiene
fra le sue fino all’aurora!
*
Un’ode alle mani. Non quelle nobili degli uffici, dei potenti e dei benestanti, ma di quelle che costruiscono il mondo col lavoro. Le mani che derivano direttamente da Adamo, cacciato dal paradiso terrestre insieme ad Eva, condannato a guadagnarsi il pane con fatica e con sudore.

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