Giovanni Infelise, L’erratico oblio di un sognatore straniero, Pendagron, 2024
Giovanni Infelise, L’erratico oblio di un sognatore straniero, Pendagron, 2024
Diciamolo subito. Si tratta di uno dei libri più densi che mi sia capitato di leggere ultimamente, nutrito di un pensiero che fa da sfondo a una scrittura in bilico tra presenza e mancanza, resistenza e necessità della presenza.
Infelise evoca la poesia dei grandi poeti erranti, in primo luogo Hölderlin e Rilke; ne richiama la lezione, reinterpretandola come pericolo di un presente incerto, da battezzare in ogni istante, di un Essere cittadino di un mondo sempre sospeso sul baratro di una catastrofe.
E dunque l’uomo, per riconoscersi, deve saper accogliere la funzione salvatrice di una presenza estranea, qui chiamata “straniero”, presenza perturbante, dallo sguardo mal disposto alla rassegnazione di un presente fragile.
Lo straniero, dunque, si fa portatore di un progetto che non può provenire dalla Storia, dalla nostra zona cosciente, ma da un luogo liminare che non ci appartiene e che non possiamo controllare. Egli giunge dal confine in cui ogni cosa si sta preparando a venire, speranza o rischio, promessa o sconfitta non importa.
Infelise insiste sull’antico concetto di un’assenza che si fa presenza imprevista, avvertibile per istintiva fibrillazione, così che la parola, inizialmente sibillina, se accolta, esige una necessaria decodifica, la scommessa di un messaggio.
VIII
Riunirò quel che discorde
di ogni verità sostiene
il gesto e si vedrà
a un istante dall’attesa
in ciò che fu il più piccolo
dei desideri - coricarsi accanto
e quietare l’eterno sogno.
Leggiamo, in vari passaggi di questa poesia, del bianco, della luce, del silenzio, del tempo e della morte, tutti archetipi di una struttura psichica che si costruisce intorno ai pilastri del mistero ma che, nello stesso tempo, se ne vuole affrancare, in modo che l’erranza approdi alle porte della città. E’ necessario, tuttavia, che mai la città accolga lo straniero; è necessario invece, che ne permetta un rapido passaggio. Infatti egli è il Noi stessi, l’abitatore dell’erranza che ci abita. Infelise chiama gli altri “fratelli”, proprio per l’appartenenza irrisolta a un’unica famiglia di anime che, nel momento in cui si trovano inghiottite dal baratro della Necessità, se ne devono allontanare per non soccombere.
Le porte della città, dunque, devono essere sempre aperte, devono permettere l’essere e il non essere, la trasgressione e il rispetto delle regole, la durissima contingenza del presente e la possibilità/progetto del sogno.
Questa erranza perpetua avviene di notte, nello sfondo di luna e stelle, e cioè nel tempo/ventre che prepara la rinascita, la quale è sempre pericolo ma anche ineludibile scommessa e promessa del tempo dell’attesa.
XXXI
Ascolta il terrore, unisciti all’esule
lungo il sentiero che trascina a valle dove
nessun altro si offre vedendo giungere a sé
la tristezza e la nebbia colpire i fossi -
parla, ma non sognare di raccontare
la vita a chi già stanco l’ha tradita.
XXXVII
Finché si avrà motivo di sognare
la vita oltre il pallore della morte
dolce apparirà l’angoscia di sentirsi
straniero, di bruciare scordando
la tristezza e quel che ci fu dato
- come cenere alla fossa -
da una mano amica inaridita, credendo
a una parola che di tutto fosse voce
fedele e non già torto pur sapendo
che del pensiero d’ognuno è parte l’idea
che l’oblio nasconde e non redime.
XLI
La gioia persegue chi ama, disse lo straniero
che pur s’allontanava piangendo
la gioia trascina sull’isola del vento che urla,
del mare che suona, della luce che scrive
la gioia ha tutto quel che manca
e tutto quel che prende il tempo
la gioia afferra veloce in un rivo
il fiore che adorna il cancello,
la parola che ama e si bagna del pianto
che rimane nel porto dell’oblio
più lontano e più antico, nel bacio
che a te mi porta.
Ecco, ora siedo in fondo al mare
nella meraviglia del dialogo
che nono ha risposte né ubbie
che dal laconico ronzio della storia
possano toccare il cuore e l’allegria
di chi come straniero invecchia.
E dunque l’uomo, per riconoscersi, deve saper accogliere la funzione salvatrice di una presenza estranea, qui chiamata “straniero”, presenza perturbante, dallo sguardo mal disposto alla rassegnazione di un presente fragile.
Lo straniero, dunque, si fa portatore di un progetto che non può provenire dalla Storia, dalla nostra zona cosciente, ma da un luogo liminare che non ci appartiene e che non possiamo controllare. Egli giunge dal confine in cui ogni cosa si sta preparando a venire, speranza o rischio, promessa o sconfitta non importa.
Infelise insiste sull’antico concetto di un’assenza che si fa presenza imprevista, avvertibile per istintiva fibrillazione, così che la parola, inizialmente sibillina, se accolta, esige una necessaria decodifica, la scommessa di un messaggio.
VIII
Riunirò quel che discorde
di ogni verità sostiene
il gesto e si vedrà
a un istante dall’attesa
in ciò che fu il più piccolo
dei desideri - coricarsi accanto
e quietare l’eterno sogno.
Leggiamo, in vari passaggi di questa poesia, del bianco, della luce, del silenzio, del tempo e della morte, tutti archetipi di una struttura psichica che si costruisce intorno ai pilastri del mistero ma che, nello stesso tempo, se ne vuole affrancare, in modo che l’erranza approdi alle porte della città. E’ necessario, tuttavia, che mai la città accolga lo straniero; è necessario invece, che ne permetta un rapido passaggio. Infatti egli è il Noi stessi, l’abitatore dell’erranza che ci abita. Infelise chiama gli altri “fratelli”, proprio per l’appartenenza irrisolta a un’unica famiglia di anime che, nel momento in cui si trovano inghiottite dal baratro della Necessità, se ne devono allontanare per non soccombere.
Le porte della città, dunque, devono essere sempre aperte, devono permettere l’essere e il non essere, la trasgressione e il rispetto delle regole, la durissima contingenza del presente e la possibilità/progetto del sogno.
Questa erranza perpetua avviene di notte, nello sfondo di luna e stelle, e cioè nel tempo/ventre che prepara la rinascita, la quale è sempre pericolo ma anche ineludibile scommessa e promessa del tempo dell’attesa.
XXXI
Ascolta il terrore, unisciti all’esule
lungo il sentiero che trascina a valle dove
nessun altro si offre vedendo giungere a sé
la tristezza e la nebbia colpire i fossi -
parla, ma non sognare di raccontare
la vita a chi già stanco l’ha tradita.
XXXVII
Finché si avrà motivo di sognare
la vita oltre il pallore della morte
dolce apparirà l’angoscia di sentirsi
straniero, di bruciare scordando
la tristezza e quel che ci fu dato
- come cenere alla fossa -
da una mano amica inaridita, credendo
a una parola che di tutto fosse voce
fedele e non già torto pur sapendo
che del pensiero d’ognuno è parte l’idea
che l’oblio nasconde e non redime.
XLI
La gioia persegue chi ama, disse lo straniero
che pur s’allontanava piangendo
la gioia trascina sull’isola del vento che urla,
del mare che suona, della luce che scrive
la gioia ha tutto quel che manca
e tutto quel che prende il tempo
la gioia afferra veloce in un rivo
il fiore che adorna il cancello,
la parola che ama e si bagna del pianto
che rimane nel porto dell’oblio
più lontano e più antico, nel bacio
che a te mi porta.
Ecco, ora siedo in fondo al mare
nella meraviglia del dialogo
che nono ha risposte né ubbie
che dal laconico ronzio della storia
possano toccare il cuore e l’allegria
di chi come straniero invecchia.

Commenti
Posta un commento