Giancarlo Baroni, Due libri
Giancarlo Baroni, Due libri


In una recente “biografia letteraria” edita nel 2023 da puntoacapo, “A occhi aperti, Sogno di essere un castoro, Alcune cose che posso di re di me, 2020-2022”, Giancarlo Baroni rivela le formule di alcune “pozioni” del suo laboratorio poetico, luogo che, come sempre, non è mai completamente lontano dalla vita ma ne costituisce lo specchio alchemico per sondarne il mistero.
Su una immaginaria lavagnetta consegnata “prima della partenza e dell’addio definitivo”, e sotto la richiesta di indicare “la breve frase” ritenuta decisiva e fondamentale per comprendere la vita, Baroni avrebbe scritto: “Tutto è mistero, indecifrabile la nascita e la morte, l’universo e gli universi, l’aldilà e l’infinito”.
Ci sarebbe da aggiungere all’elenco anche il mistero della propria scrittura perché Baroni, in un altro capitoletto della sua biografia letteraria, “L’autodidatta”, tenta di indagarne le origini giungendo a conclusioni osservabili e verificabili, nella consapevolezza che si tratta di conclusioni provvisorie. Scrive ad esempio: “Scrivere (nel mio caso principalmente poesia) mi assorbe, risucchia dentro a un vortice di idee, immagini, suoni, parole; quando compongo avverto che qualcosa che non so definire comincia a vibrare: interrompere bruscamente queste oscillazioni emotive è complicato. Hanno bisogno di tempo prima di raffreddarsi, placarsi, rasserenarsi, bloccarsi.“
Ma il gesto della scrittura non può rimanere isolato; è supportato dai “fratelli”; in questo caso le considerazioni di Kafka, di Flaubert, di Canetti, di Fenoglio...Pur nella varietà delle motivazioni, la scrittura sembra costituire un modo di essere che attinge a una fonte comune, imperscrutabile, di cui si può descrivere solo la prassi.
Baroni scrive, ad esempio: “Per decenni ho smesso di esprimermi in prima persona lasciando spazio alle persone e ai personaggi dietro cui mi mimetizzavo. A settant’anni credo che Porta mi assolverebbe se liberando il mio io rivelo alcune cose che posso dire di me”.
Se il mistero della scrittura è custodito per pudore e timidezza, essa infine si squaderna nell’apertura di qualche porta, di qualche cassetto.
L’appannamento dell’io rivelato da Baroni, in effetti ha una sua corrispondenza nella pratica della poesia, in cui la presenza dell’altro, non solo l’umano, ma l’oggetto, il paesaggio, gli animali, è condizione di un rispecchiamento. ”Nelle mie poesie non gradisco raccontare in modo esplicito di me, preferisco parlare di altre persone e personaggi, stabilire con loro un contatto, una relazione e uno scambio, riferire storie e vicende che li riguardano, mimetizzarmi e mettermi nei loro panni, guardare il mondo attraverso i loro occhi e farli esprimere direttamente”.
La maggiore distanza dello sguardo è garantita dalla fotografia, arte che Baroni ha praticato pubblicando diversi volumi, mentre nella parola si attua la consegna di un’altra rivelazione: “Per scrivere ho sempre avuto un estremo bisogno di sollecitazioni e stimoli provenienti dall’esterno, principalmente dai libri. La lettura è sempre stata per me funzionale alla scrittura”.
Il testo poetico di Baroni, dunque, non è costruito sull’immediatezza della visione, come nella fotografia, non sembra essere il risultato di un gesto istintivo e immediato ma la risultante di un processo che giunge al riassunto emotivo e visivo, al prosciugamento dello sguardo. Questo potrebbe essere il motivo dell’indicazione di percorso che Baroni affida al suo ultimo libro “Brevi Brevissime”, Bertoni 2025, testo in cui si realizza non solo l’estrema parsimonia testuale, ma anche quella varietà di stimoli a cui si accennava nella biografia. C’è sempre da chiedersi, infatti, come mai un poeta approdi a un modo piuttosto che a un altro e quali siano le motivazioni. Quelle più intime, non dettate dalla moda o dalle fascinazioni del momento, devono sempre riguardare un certo modo di stare al mondo, un certo modo di avvertire la scrittura come attività del proprio corpo/mente, del proprio modo di essere attivo/passivo rispetto agli stimoli esterni.
La brevità di Baroni, dunque, che è traguardo, contiene in sé, come percorso, l’espansione dei contenuti. Questa è anche in relazione con un altro modo indicato dalla reverie: il sogno ad occhi aperti, il sogno di essere un castoro. La reverie conduce lo sguardo lontano dall’ordinario, specchiando la realtà in un caleidoscopio di immagini e relegando l’io sociale alla smemoratezza dei luoghi, delle situazioni, dei nomi.
Nella sua biografia minima, insomma, Baroni indica un modo che non appartiene solo a lui ma a tutta la razza dei poeti, i quali si trovano a fare i conti con i loro fantasmi senza nome, attingendo nuova immaginazione o soccombendo.
Come liberarsene? Scrivendo. Baroni lo dice espressamente in un capitoletto intitolato “Il mio fantasma”, una presenza che è il risultato di una condizione: “Sono una persona socievole ma contemporaneamente riservata e solitaria. (…) Ho con la solitudine e il silenzio un rapporto contraddittorio: li considero requisiti della tranquillità e le micce dell’inquietudine”.
Così si ritrova espressamente a fare i conti col proprio fantasma: “Ho dedicato una poesia a questo fantasmatico personaggio che mi fa sentire fragile e poco sereno e mina la mia autonomia; chiedo una tregua, un armistizio, un patto che valga nell’immediato e che duri per sempre”.
Ritornando a “Brevi Brevissime”: i testi qui raccolti, alcuni già editi, altri inediti, approdano alla fine del percorso, alla stringatezza dell’haiku, sembrerebbe come frequentazione di una forma che garantisce stringatezza ma qui in funzione di un riassunto espositivo, di un paesaggio che appare nei suoi tratti essenziali; un oggetto coloristico che non è apparizione naturale ma il frutto di un preciso taglio fotografico.
Non sappiamo dove ci possa veramente condurre la poesia: se in un percorso circolare, sempre uguale a se stesso, o in una linea che approda all’orizzonte, distaccandoci nella distanza delle cose.
Così, i due ultimi testi della raccolta:
Confini
Infiniti altri universi
i confini di questo universo.
Mistero
Svelata la verità
resta il mistero.
Il mistero sancisce l’ignoranza del cammino e della parola, escludendo ogni possibile soluzione escatologica.


In una recente “biografia letteraria” edita nel 2023 da puntoacapo, “A occhi aperti, Sogno di essere un castoro, Alcune cose che posso di re di me, 2020-2022”, Giancarlo Baroni rivela le formule di alcune “pozioni” del suo laboratorio poetico, luogo che, come sempre, non è mai completamente lontano dalla vita ma ne costituisce lo specchio alchemico per sondarne il mistero.
Su una immaginaria lavagnetta consegnata “prima della partenza e dell’addio definitivo”, e sotto la richiesta di indicare “la breve frase” ritenuta decisiva e fondamentale per comprendere la vita, Baroni avrebbe scritto: “Tutto è mistero, indecifrabile la nascita e la morte, l’universo e gli universi, l’aldilà e l’infinito”.
Ci sarebbe da aggiungere all’elenco anche il mistero della propria scrittura perché Baroni, in un altro capitoletto della sua biografia letteraria, “L’autodidatta”, tenta di indagarne le origini giungendo a conclusioni osservabili e verificabili, nella consapevolezza che si tratta di conclusioni provvisorie. Scrive ad esempio: “Scrivere (nel mio caso principalmente poesia) mi assorbe, risucchia dentro a un vortice di idee, immagini, suoni, parole; quando compongo avverto che qualcosa che non so definire comincia a vibrare: interrompere bruscamente queste oscillazioni emotive è complicato. Hanno bisogno di tempo prima di raffreddarsi, placarsi, rasserenarsi, bloccarsi.“
Ma il gesto della scrittura non può rimanere isolato; è supportato dai “fratelli”; in questo caso le considerazioni di Kafka, di Flaubert, di Canetti, di Fenoglio...Pur nella varietà delle motivazioni, la scrittura sembra costituire un modo di essere che attinge a una fonte comune, imperscrutabile, di cui si può descrivere solo la prassi.
Baroni scrive, ad esempio: “Per decenni ho smesso di esprimermi in prima persona lasciando spazio alle persone e ai personaggi dietro cui mi mimetizzavo. A settant’anni credo che Porta mi assolverebbe se liberando il mio io rivelo alcune cose che posso dire di me”.
Se il mistero della scrittura è custodito per pudore e timidezza, essa infine si squaderna nell’apertura di qualche porta, di qualche cassetto.
L’appannamento dell’io rivelato da Baroni, in effetti ha una sua corrispondenza nella pratica della poesia, in cui la presenza dell’altro, non solo l’umano, ma l’oggetto, il paesaggio, gli animali, è condizione di un rispecchiamento. ”Nelle mie poesie non gradisco raccontare in modo esplicito di me, preferisco parlare di altre persone e personaggi, stabilire con loro un contatto, una relazione e uno scambio, riferire storie e vicende che li riguardano, mimetizzarmi e mettermi nei loro panni, guardare il mondo attraverso i loro occhi e farli esprimere direttamente”.
La maggiore distanza dello sguardo è garantita dalla fotografia, arte che Baroni ha praticato pubblicando diversi volumi, mentre nella parola si attua la consegna di un’altra rivelazione: “Per scrivere ho sempre avuto un estremo bisogno di sollecitazioni e stimoli provenienti dall’esterno, principalmente dai libri. La lettura è sempre stata per me funzionale alla scrittura”.
Il testo poetico di Baroni, dunque, non è costruito sull’immediatezza della visione, come nella fotografia, non sembra essere il risultato di un gesto istintivo e immediato ma la risultante di un processo che giunge al riassunto emotivo e visivo, al prosciugamento dello sguardo. Questo potrebbe essere il motivo dell’indicazione di percorso che Baroni affida al suo ultimo libro “Brevi Brevissime”, Bertoni 2025, testo in cui si realizza non solo l’estrema parsimonia testuale, ma anche quella varietà di stimoli a cui si accennava nella biografia. C’è sempre da chiedersi, infatti, come mai un poeta approdi a un modo piuttosto che a un altro e quali siano le motivazioni. Quelle più intime, non dettate dalla moda o dalle fascinazioni del momento, devono sempre riguardare un certo modo di stare al mondo, un certo modo di avvertire la scrittura come attività del proprio corpo/mente, del proprio modo di essere attivo/passivo rispetto agli stimoli esterni.
La brevità di Baroni, dunque, che è traguardo, contiene in sé, come percorso, l’espansione dei contenuti. Questa è anche in relazione con un altro modo indicato dalla reverie: il sogno ad occhi aperti, il sogno di essere un castoro. La reverie conduce lo sguardo lontano dall’ordinario, specchiando la realtà in un caleidoscopio di immagini e relegando l’io sociale alla smemoratezza dei luoghi, delle situazioni, dei nomi.
Nella sua biografia minima, insomma, Baroni indica un modo che non appartiene solo a lui ma a tutta la razza dei poeti, i quali si trovano a fare i conti con i loro fantasmi senza nome, attingendo nuova immaginazione o soccombendo.
Come liberarsene? Scrivendo. Baroni lo dice espressamente in un capitoletto intitolato “Il mio fantasma”, una presenza che è il risultato di una condizione: “Sono una persona socievole ma contemporaneamente riservata e solitaria. (…) Ho con la solitudine e il silenzio un rapporto contraddittorio: li considero requisiti della tranquillità e le micce dell’inquietudine”.
Così si ritrova espressamente a fare i conti col proprio fantasma: “Ho dedicato una poesia a questo fantasmatico personaggio che mi fa sentire fragile e poco sereno e mina la mia autonomia; chiedo una tregua, un armistizio, un patto che valga nell’immediato e che duri per sempre”.
Ritornando a “Brevi Brevissime”: i testi qui raccolti, alcuni già editi, altri inediti, approdano alla fine del percorso, alla stringatezza dell’haiku, sembrerebbe come frequentazione di una forma che garantisce stringatezza ma qui in funzione di un riassunto espositivo, di un paesaggio che appare nei suoi tratti essenziali; un oggetto coloristico che non è apparizione naturale ma il frutto di un preciso taglio fotografico.
Non sappiamo dove ci possa veramente condurre la poesia: se in un percorso circolare, sempre uguale a se stesso, o in una linea che approda all’orizzonte, distaccandoci nella distanza delle cose.
Così, i due ultimi testi della raccolta:
Confini
Infiniti altri universi
i confini di questo universo.
Mistero
Svelata la verità
resta il mistero.
Il mistero sancisce l’ignoranza del cammino e della parola, escludendo ogni possibile soluzione escatologica.
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