Mario Grasso, A sollevare il giorno, Prova d’Autore, 2023

 Mario Grasso, A sollevare il giorno, Prova d’Autore, 2023





Pubblicato recentemente, il libro raccoglie in realtà poesie degli anni ottanta e un canto della seconda sezione di Concabala, straordinario poema edito da Scheiwiller, 1986.
  Inutile ripetermi sul fatto che Mario Grasso, per chi non lo sapesse, è stato una figura portante della poesia e della cultura dell’isola, ed è utile ricordare l’uscita di un volume collettaneo di testi, interviste, testimonianze raccolte da Nives Levan, Mario Grasso, un intellettuale fuori del comune, Prova d’Autore, 2025, con una prefazione di Stefano Lanuzza, da affiancare a un altro importante lavoro di Massimiliano Magnano, D'intrattabile temperamento. Mario Grasso, paradossi e parossismi d'un intellettuale fuori dalla grazia degli uomini, Salvatore Sciascia editore, 2019.
  A sollevare il giorno raccoglie un mannello di poesie dedicate alla scomparsa del padre, un diario degli accadimenti e del dolore. Come ho detto in altre occasioni, la poesia che si accosta al “confine”, è poesia “impersonale”, nel senso che si caratterizza per uno smascheramento della forma letteraria, giungendo a essenzialità e verità.
  Di questa essenzialità e verità è cosciente lo stesso poeta, che in una nota introduttiva ai lettori così scrive: “(…) è sempre un sollievo il confidarsi e forse anche un vantaggio per chi lo fa con la pagina, spontaneamente, senza pretese, quasi a raccontare al mondo, ma soprattutto per un dialogo col proprio dolore”.
  E’ dunque poesia caratterizzata dalla crudezza dei quadri, impregnati della sostanza di un corpo che non ha più nulla da perdere e da nascondere.
  E’ poesia che rimanda al grande archetipo del corpo compianto, esperienza universale che la poesia quasi mai ha il coraggio di imbellettare con preziosismi e finezze formali.
  Così giunge al lettore una specie di affronto della parola, la richiesta di una partecipazione. E dunque, malgrado l’intimità del fatto, è poesia corale. Persino chiamata. E’ poesia che si staglia nella chiarezza del suo dettato, dimostrando che la forma è struttura, cultura, estetica, mentre la poesia che la informa è Voce.
  Sono tutti elementi che ritroviamo in queste bellissime poesie di Mario Grasso, con una caratterizzazione in più, e che che mi ricorda un altro libro sul compianto di Maurizio Casagrande dedicato alla scomparsa della madre: Dàssea 'nare, Il ponte del sale, 2019. Si tratta dell’utilizzo della lingua intima e ancestrale del dialetto, qui riprodotto in un testo senza traduzione, intimissimo, e forse per questo intraducibile.
  La seconda parte del libro, come annota Silvio Ramat nell’introduzione, funge da riflessione sul senso della vita e della disgregazione, una forma di lamentatio senza più il corpo, nella funzione del sermone morale che intende interrogare il mistero che avvolge il trascolorare della vita.




A sollevare il giorno

Al mattino i dialoghi
senza voce
le tue labbra trasmettono
al sorriso un dolcissimo canto
e non capisco e fingo di capire
come distratto e
ti racconto
un progetto inventato in quel momento
il tuo sguardo s’arresta alleggerito
sul discorso finito
ora m’ascolti e inchiodo le parole
l’una sull’altra
a sollevare il giorno.

(9 luglio)


*

da Ferragosto 1980




Ora papà ‘na favula ci voli:
cuntimilla occa vota…

‘N jornu comu n’autra di focu,
chiovi suli e silenziu, menz’austu
disertu strati e casi:
e’ deci e vinti tu chiudisti l’occhi,
pusasti ‘u varbalozzu supra ‘u pettu,
“adddiu papà” ti dissi
e lu mo’ chiantu ‘ntisiru li mura

(...)


*

dal Canto XXIV, L’altra statua


E’ così facile
dirsi la vita
spiegarsi la morte
come è scritto tra gli astri, insegna il vento.
Ma non commenti il nascere, tu insisti
sulla felicità, se questa vita
ne sia più degna
o sia meglio sopprimersi
scommettere a cercare
dentro inutili
l’utile fine a cui ci spinge il vento;
reprimere la norma
sui figli che confortino
l’età dei sonni brevi
con la mano agli affetti
nel pensiero smagliati nelle forze
disattendere
l’estremo passo al baratro aggrappati
al seme nostro, in fila

(...)


 




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