Salvatore Orofino, Ciao, Sono Luca, Zona contemporanea, 2025
Salvatore Orofino, Ciao, Sono Luca, Zona contemporanea, 2025

Scrivere una storia d’amore in poesia è una prova delle più difficili. E per vari motivi: l’argomento in sé è capace di bruciare la scrittura, rendendola fragile. Le retoriche dell’ultima poesia hanno pesantemente censurato il tema, posizionandolo sul terreno di una pericolosa retorica, di un sentimentalismo da letteratura rosa. Evidentemente, per scriverne, bisogna liberarsi di questi ricatti.
L’Amore è sicuramente una potente creatura - un senso e non un sentimento lo definiva Maria Montessori - . Trascina con sé, facendo perdere la bussola. Anche nella scrittura. Lo sapevano bene Leopardi, Alexaindre, Salinas, i quali avevano capito che A/more contiene già in sé il rischio, il colore oscuro. E così Salvatore Orofino, il quale fa precedere ogni capitolo del suo resoconto amoroso dall’immagine di una mossa di scacchi, a segnare la possibilità di una vittoria o di una sconfitta: “Lui aveva avuto un privilegio, l’aveva rivista, come la ricordava: / Il suo respiro si attenuò. // Ripensò alle parole di Freud a proposito dell’abbandono / e gli diedero una forza che all’improvviso si riversò / nel suo sguardo. / «Rinunciare a una persona dichiarandola morta, offrendo all’io / in cambio di questa rinuncia il premio di rimanere in vita per sempre».
Salvatore Orofino, probabilmente cosciente dei rischi “formali”, sceglie la forma ibrida di un “romanzo poetico”, e cioè un andamento tra la forma concentrata della poesia e quello più loquace della prosa. Il risultato sono testi che bruciano il breve istante del ricordo e della ricomposizione della figura amata. Il dettato, elegantissimo, non scade mai nella pura malinconia, nell’autocommiserazione della perdita. La figura della donna è sempre tenuta sospesa come una musa che rinnova continuamente la parola, a metà tra “pozione” salvifica e contemplazione. Il ricordo è ambiguo perché, mentre il passato tende a cancellare, il presente rigenera il racconto riportandolo alla necessità della luce e dell’ossessione.
Parlo di “figura” come una forma che attraversa la luce del presente, s’illumina ma poi tende continuamente a perdere i contorni. Ecco, dunque, la funzione della parola: evocare ma anche riformare.
101.
Non ti fermi nel capitolo dello sguardo, ma vuoi vedere la
luce fittissima del tuo gesto.
Come non vuoi lasciare il tempo del sangue freddo, dell’abbandono controllo, i discorsi sul marciapiede che ripeti da sola per essere sicura.
Di cosa hai paura?
Ti guardi tra i ricordi, i cento sorteggi che ti sei concessa e
ti sei donata.
Dici che no è finita, che c’è sempre una ragione, un
gesto con la mano, anche quando da lontano aspetti il
tuo sguardo che mira come se avesse capito.
102.
Guardarti con tutte le forze tra combinazioni di lettere e
frasi.
Vederti in tanti modi, quando soffia il vento che non ti
deve niente, e tu non devi niente a nessuno.
Come faccio a non pensarti?
Ti curo nella sterminata fitta di parole.
Rimango seduto, accanto a questo misterioso campo da gioco
che ho provato.
La scrittura si pone nell’utopia di bloccare il tempo sapendo che, se sogno i numeri del calendario, questi bruciano, trasformando il dolore in un rapidissimo bagliore di carta.

Scrivere una storia d’amore in poesia è una prova delle più difficili. E per vari motivi: l’argomento in sé è capace di bruciare la scrittura, rendendola fragile. Le retoriche dell’ultima poesia hanno pesantemente censurato il tema, posizionandolo sul terreno di una pericolosa retorica, di un sentimentalismo da letteratura rosa. Evidentemente, per scriverne, bisogna liberarsi di questi ricatti.
L’Amore è sicuramente una potente creatura - un senso e non un sentimento lo definiva Maria Montessori - . Trascina con sé, facendo perdere la bussola. Anche nella scrittura. Lo sapevano bene Leopardi, Alexaindre, Salinas, i quali avevano capito che A/more contiene già in sé il rischio, il colore oscuro. E così Salvatore Orofino, il quale fa precedere ogni capitolo del suo resoconto amoroso dall’immagine di una mossa di scacchi, a segnare la possibilità di una vittoria o di una sconfitta: “Lui aveva avuto un privilegio, l’aveva rivista, come la ricordava: / Il suo respiro si attenuò. // Ripensò alle parole di Freud a proposito dell’abbandono / e gli diedero una forza che all’improvviso si riversò / nel suo sguardo. / «Rinunciare a una persona dichiarandola morta, offrendo all’io / in cambio di questa rinuncia il premio di rimanere in vita per sempre».
Salvatore Orofino, probabilmente cosciente dei rischi “formali”, sceglie la forma ibrida di un “romanzo poetico”, e cioè un andamento tra la forma concentrata della poesia e quello più loquace della prosa. Il risultato sono testi che bruciano il breve istante del ricordo e della ricomposizione della figura amata. Il dettato, elegantissimo, non scade mai nella pura malinconia, nell’autocommiserazione della perdita. La figura della donna è sempre tenuta sospesa come una musa che rinnova continuamente la parola, a metà tra “pozione” salvifica e contemplazione. Il ricordo è ambiguo perché, mentre il passato tende a cancellare, il presente rigenera il racconto riportandolo alla necessità della luce e dell’ossessione.
Parlo di “figura” come una forma che attraversa la luce del presente, s’illumina ma poi tende continuamente a perdere i contorni. Ecco, dunque, la funzione della parola: evocare ma anche riformare.
101.
Non ti fermi nel capitolo dello sguardo, ma vuoi vedere la
luce fittissima del tuo gesto.
Come non vuoi lasciare il tempo del sangue freddo, dell’abbandono controllo, i discorsi sul marciapiede che ripeti da sola per essere sicura.
Di cosa hai paura?
Ti guardi tra i ricordi, i cento sorteggi che ti sei concessa e
ti sei donata.
Dici che no è finita, che c’è sempre una ragione, un
gesto con la mano, anche quando da lontano aspetti il
tuo sguardo che mira come se avesse capito.
102.
Guardarti con tutte le forze tra combinazioni di lettere e
frasi.
Vederti in tanti modi, quando soffia il vento che non ti
deve niente, e tu non devi niente a nessuno.
Come faccio a non pensarti?
Ti curo nella sterminata fitta di parole.
Rimango seduto, accanto a questo misterioso campo da gioco
che ho provato.
La scrittura si pone nell’utopia di bloccare il tempo sapendo che, se sogno i numeri del calendario, questi bruciano, trasformando il dolore in un rapidissimo bagliore di carta.
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