Carlo Di Legge, Buenos Aires, Benares, Edizione trilingue, Delta 3 Edizioni, 2024

Carlo Di Legge, Buenos Aires, Benares, Edizione trilingue, Delta 3 Edizioni, 2024





  Ci sono vari passaggi per avvicinarsi a questo libro, comunque “sfumature”, rispetto al progetto nel suo insieme.
  Sceglierei il capitolo “Perché leggi la storia” in cui leggiamo una citazione di Tucidide: “...se quanti vorranno vedere la verità degli / avvenimenti passati / e di quelli che nel futuro si saranno rivelati, in / conformità con la natura umana, / tali o simili a questi, giudicheranno utile la / mia narrazione, sarà sufficiente”.
  La narrazione qui può essere riferita non solo a Tucidide ma al racconto dello stesso Di Legge a proposito dei fatti rivelati nel passato e nel futuro, in conformità con la storia della natura umana.
  Si professa insomma un sostanziale pessimismo o un ineludibile ostracismo rispetto al tempo che ci consuma perché ciò che accade veramente è una corrispondenza misteriosa, un’obbedienza a leggi che non possiamo comprendere.
  Contro le azioni immani che portano al disastro, non a caso quasi sempre maschili, la Natura fa sentire la sua voce attraverso il corpo femminile della Madre che protegge e nutre:


Quando non ti aspetti, tornano sempre figure
femminili. Fin troppo facile, osservare
che gli uomini coinvolti nelle folli passioni
distruggono le vite, mentre le donne creano:
anche una di loro
a volte conosce la follia.

Ma spesso potremmo vedere la grandezza
della più umile madre,
guardando nella nostra vita che nessuno ricorderà;
e, anche
se le più antiche testimonianze non fossero vere, resta
che da ogni più nascosto angolo del tempo
qualcosa chiama, qualcosa risponde.

(da Isso 333 a.C. Perché leggi la storia)


  La Storia è maschile mentre la storia è femminile.
La traccia di queste due linee parallele che esprimono due visioni del mondo, è uno dei modi poetici utilizzati da Carlo Di Legge per dirci di una sostanziale dicotomia tra ciò che è, che si mostra, e ciò che è in attesa come promessa. Contro le catastrofi e le distopie,


Uomini sublimi lasciano un messaggio.
Il violento agisce d'improvviso il bene
è lento, spesso non è dove si dice. Eppure, è
il giorno, l'ora del miracolo. Intorno, guerra.

(da Dover morire non ci basta)


  Questa è la nostra condizione, personale e collettiva, impossibile scindere l'io da noi, dal voi. Persino l'io è il tu, e cioè il dialogo segreto tra lo specchio e lo specchiato, tra il mondo e la propria strategia di sopravvivenza.
 Nel bellissimo testo iniziale, eponimo, Di legge così osserva:


e condivido ogni sorte,
intendo la mansuetudine e i dubbi del giusto,
sto con i corpi profanati o venduti.

Sono quell’uomo braccato, allora come ora,
è il mattino della partenza,
ho un bambino in braccio, chiedo medicine.

(da Buenos Aires, Benares)


  Si capisce, insomma, da che parte stia, e che cosa sia il Bene. Ma esiste in questi pochi versi, anche la possibilità di stabilire una prassi del Bene. Questa consiste in un sentimento di identificazione: l'uomo braccato non è solo l'uomo che sta fuggendo ma lo stesso poeta che si identifica per cui io è un plurale. Non lo spocchioso “je est un autre” ma un io che fraternamente si spoglia vestendosi degli abiti dell'altro.
  La poesia di Di Legge, insomma, si pone questioni etiche oltre che esistenziali perché evidentemente l'etica non può riguardare tout court la freddezza della regola, della legge, ma la fiamma viva dell'appartenenza alla specie. Anche perché la legge è già sottoposta al freddo glaciale delle ragioni universali, per cui l'essere si pone come “porta”, “tramite”, tra il tutto di qua, - il mondo - e il tutto di là, l'imprescindibile: - il “Libro dei mutamenti”, il Libro che non sta mai fermo -, (da Luglio 2017).
L'essere vive, dunque, la doppia condizione del sapere e non sapere, con la conseguenza di aggrapparsi all'una o all'altra roccia a rischio di aver sbagliato.
“Dire causa non basta”, (da Pseudo-Aristotele): è la condizione pensante della poesia Di Legge, la seconda faccia della medaglia abbinata alla pura contemplazione, e cioè la poesia vibrante, sensibile alle forme che rinuncia alla domanda, ma fino a un certo punto.
  La dimensione pensante, infatti, si palesa e si incastra negli spazi vuoti lasciati dalla pura contemplazione, dalla sua angoscia:


le pietre dicono un’idea, e la macchia la ripete,
salendo alla inutile torre di avvistamento.
Un’idea: il venire in essere, il cambiare
e lo scomparire, sono ingannevoli, tu non puoi dire che siano.

Se la logica è ineccepibile, chiunque resta perplesso,
perché le cose sono e non sono, qui, davanti agli occhi.

(…)

Potrei essere qui come altrove, in alcuni luoghi noti della Cina
o nel parco dei cervi a Sarnath,
dove l’idea superba contraddice l’evidenza.

(da Elea)


  Ma il processo, naturalmente, è anche inverso:


Notte, nella penombra si sentono passi,
un uomo attraversa la strada e scompare,
un cancello si chiude.

(da Elea)

  
  Che cosa ci dice, infatti, l'immagine di questa figura che appare e scompare ? Ci dice dell'essere come “porta”, sospeso ma anche “psicopompo”, senza coscienza di chi sia e quale sia il suo scopo - se di qualche scopo è dotato - .
Si legga ancora di questo continuo passare. In questo caso è l’amore che agisce mettendo in subbuglio l’universo:


Ogni irripetibile istante
voleva ripetersi:
incontrandoci
ognuno trovava se stesso
e donava il meglio.

Perciò adesso ti richiamo alla gioia del
mondo, attraverso i miei occhi.

(da Della vita dell’amore)


  Se qualcosa è destinato a ripetersi, lo spazio che attraversiamo non è rettilineo ma circolare e tutto, trapassando, ritorna nell’oscuro. L'oscuro è già qui, nella luminosa presenza di un fiore:
 


Tuberosa (borderline)

Dolce fiore,
attraverso le stagioni,
lungo i sentieri altonascosti nell’aria
appari agli occhi come sei,
profumi di bellezza.

Torna per te il viandante
seguendo orme d’argento
nei deserti abitati dal silenzio.

Sei carne d’un corpo candido e rosa,
il sole splendente ogni giorno per te corre invano,
esiti nella luce, t’apri
solo nell’ombra,
protetto dallo sguardo della luna.

Quando i profumi e i colori dei fiori
seducono il mondo,
bianco nella gloria del bianco, sembri nasconderti,
ma ti mostri alle porte della notte,
oltre le mura dei giardini del sonno,
ed ecco, sei potente.

Fiore lontano, candore oscuro.
Linfa e respiro dei sogni arborescenti.


  Il tramite è un segno, la presenza di un aspetto significante che non ha significato:


Nessuna possibilità di contatto dal villaggio,
adesso scende la calma dalle montagne in fondo.
Il tuo minuscolo regalo m’è caduto nella stanza,
subito mi sono detto: dev’essere un segno,
e l’ho lasciato dov’era.

(da Notte stellata)


  Ma, ancora più profondamente, il sacrificio:


Chi siamo, chi diventiamo - solo tracce della spietatezza,
che è la bellezza,
la forza stessa di accendersi e di vivere una volta.

(da Un autoritratto)


  L'aspetto più speculativo individuato da Di Legge per dare senso all'essere qui, sapendo che si tratta contemporaneamente di certezza e elusione, è, forse, la narrazione, e cioè il dispiegarsi nell'ordine della consecuzione dei fatti: la distanza, seppur millimetrica, tra un gesto ed un altro. Fatti concatenati, eppure liberi in sé come fotogrammi, flash della memoria. Si tratta di uno stratagemma per cui non vale il racconto ma il sottotesto del racconto:


Scrittura e memoria siano traccia del suo passaggio,
di ciò che nella danza delle cose non può tornare.

(da Se ben ricordo)


  Questi versi segnano la chiusura di un lungo testo, in cui il poeta sforza la memoria di accadimenti legati alla presenza del padre. Il racconto ha un andamento calmo e statuario e tutto il testo si regge sulla vaghezza di quel “se ben ricordo”. Come se l'interesse del poeta fosse quello di giungere a una conclusione di senso - scrittura e memoria - per trattenere non solo la figura evanescente del padre ma tutto il senso dell'Essere, squadernato nelle prove dell’esistenza: le tracce, la memoria, appunto. Le prove della memoria sono i suoi stessi strumenti; i quali non sono prerogative di chi ha varcato la porta, ma di chi ha il compito di testimoniare l'accaduto, di raccogliere le impronte del nostro passaggio:


Penso ai pericoli,
alla vita d’un uccello e di un uomo.
Il mondo è strano. Ognuno è
niente, chiunque è quasi un dio,
che può uccidere un altro,
o lo salva, forse invano,
e nessuno è vivo per sempre.


  Di Legge non è poeta scolpito nel duro marmo delle certezze poetiche. Il marmo ingabbia l'uomo e l’artista, fissandone un'idea che vuol dare l'illusione di un esistere per sempre, mentre il corpo vive e si contraddice. Il marmo inganna la sostanza del transeunte, censura ambiguità e precarietà. Questo per dire che i poeti non possono e non devono rinunciare alla labile sostanza che li mantiene in vita come essere contraddittori. I poeti devono guardare, non girarsi dall'altra parte di fronte al dolore del mondo:


Al diavolo il paradiso. Il disagio cresce ogni giorno.
Cosa t’importa della gloria di questo o della potenza di quello, guarda
i morti, anche se non li vedi: donne, uomini, vecchi, bambini, ragazze -
in divisa o no, vanno per l’altro mondo.

Adesso lo sanno anche i neonati che vivere è
morire

(da Al diavolo il paradiso)


  Il poeta, ed è un dire che condivido, fa questo:

Se un poeta esce dai binari
e perde la pazienza,
non sai cosa può dire.

(da La poesia è di nicchia)


  Non si tratta di essere maledetti, presentandosi al “volgo” con le mani imbrattate di fango o di sangue. Non si tratta di urlare, di vestirsi strani, di inventare forme nuove a tutti i costi, invocando la maledetta musa che ci abita. Il poeta ha lo sguardo aguzzo, illumina le cose con la luce abbagliante della verità e le rende terribili. Non è lui ad essere terribile ma le cose che inutilmente cercano di sottrarsi al suo sguardo di Medusa.
"I poeti sono tipi strani", scrive Di Legge, espressione che coincide con l'essere e-estranei; di là, distruttori delle facciate e delle maschere.
Dico questo perché il grande peccato della poesia del ‘900 è consistito nello smembrare con prepotenza, legge e pietà, intelletto e sentimento, parossismo della forma e normalizzazione della forma. Scissione, nel grande corpo plurale di tutta la poesia.

  Un altro tema “porta”, “ponte” della poesia Di Legge, d'altronde evocato nel titolo e, mi sembra, in sintonia con le conclusioni del mio discorso, è il tema del viaggio. Del resto non credo sia possibile affacciarsi alla finestra illudendosi di vedere passare sempre le stesse persone, le stesse macchine. Così la distanza geografica che intercorre tra Buenos Aires e Benares, oltre ad essere una distanza geografica, è anche una distanza temporale, così come la distanza che ci separa dai morti, raggiungibili solo attraverso il ricordo. 
  Così, i testi della sezione “Il viatico”, ci dicono della presenza dell'altro attraverso il sogno, il corpo mummificato che sta per sparire o le immagini apparentemente oggettive delle fotografie. Ciò che si vede in quell'istante non coincide coi mille altri volti che siamo stati o coi mille volti che di noi non abbiamo mostrato.

  La poesia di Carlo Di Legge è una riflessione che abita il limite tra il qui e l’altrove. Un altrove per i quali non abbiamo nomi; un qui del quale avvertiamo la tremenda consistenza e l’aleatoria benevolenza del vivere.


Questo sentire tanto impegnativo

Quanti anni avevo? Eravamo tanti piccoli diavoli
nella colonia estiva,
un campo di calcio galleggiò nel pomeriggio
e noi, corpi incollati a panni di sudore e terra,
trascinando i piedi nudi facemmo il polverone.
Così a tutta forza
mi ruppi l’alluce in un sasso,
oggi una piccola percezione si fa ricordo
e ancora oggi, sono quasi settant’anni,
rabbrividisco.

Non posso dire che il corpo è separato
e neppure si evidenzia la questione antica -
che uno spirito, tanto meno eterno,
sopravviva.
Sono preso nel vivere:
come per ferite l’uomo soffre e muore,
così di gioia s’illumina il viso e l’intero vive meglio.

Certo, se dormo la coscienza va a spasso
nel mondo dei sogni, non nego analogie,
ma vale ciò che vale,
come un giorno ho sentito che ero vivo, ancora
mi trovo corpo,
questo sentire tanto impegnativo.

A me sembra che ogni attimo
di me qualcosa che non mi somiglia
vada a confondersi in atomi e molecole,
remoto dal mio singolo esistere.





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