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Salvatore Orofino, Ciao, Sono Luca, Zona contemporanea, 2025

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Salvatore Orofino, Ciao, Sono Luca , Zona contemporanea, 2025 Scrivere una storia d’amore in poesia è una prova delle più difficili. E per vari motivi: l’argomento in sé è capace di bruciare la scrittura, rendendola fragile. Le retoriche dell’ultima poesia hanno pesantemente censurato il tema, posizionandolo sul terreno di una pericolosa retorica, di un sentimentalismo da letteratura rosa. Evidentemente, per scriverne, bisogna liberarsi di questi ricatti. L’Amore è sicuramente una potente creatura - un senso e non un sentimento lo definiva Maria Montessori - . Trascina con sé, facendo perdere la bussola. Anche nella scrittura. Lo sapevano bene Leopardi, Alexaindre, Salinas, i quali avevano capito che A/more contiene già in sé il rischio, il colore oscuro. E così Salvatore Orofino, il quale fa precedere ogni capitolo del suo resoconto amoroso dall’immagine di una mossa di scacchi, a segnare la possibilità di una vittoria o di una sconfitta: “Lui aveva avuto un privilegio, l’aveva rivis...

Carlo Di Legge commenta COMPITU RE VIVI

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 A distanza di molti anni dalla pubblicazione, Carlo Di Legge mi dedica un'approfondita recensione su COMPITU RE VIVI, con richiami a INFANZIA RESA  e a DOLORE DELLA CASA. Lo ringrazio molto, unitamente agli editori di  PUNTO, ALMANACCO LETETRAIO. Compitu re vivi è (con gli altri due libri qui citati) come una specie di monumento alla singolarità irriducibile della poesia: non si riconduce ad altra esperienza di poesia che io conosca se non per eco e risonanza molto lontana, parziale, come quando si legge “Chi scrive, oggi, deve trovare in se stesso il luogo più duro e doloroso per scrivere” (Intervista in IR, 129): ma qui i versi della poesia non ci svelano, piuttosto, un aspetto di noi stessi? È perché infine si possa apprendere  … la lingua delle parole mute, l’amore nel sonno, la distanza della luce dal suo chiarore ( Compitu re vivi , 121 – Corsivo nel testo) Carlo Di Legge su "Compitu re vivi" di Sebastiano Aglieco

Stylos, appunti tra arte e vita 15

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 Stylos, appunti tra arte e vita 15 dalla serie "Scarabocchi col tablet" 15 Scrivere poesia deve essere avvertito come un gesto pericoloso, conturbante. Non consolatorio e nemmeno gratificante. Molti scrivono, invece di mangiare cioccolato. Nel senso che si autocelebrano in una sorta di piacere, di onanismo, così dopo si sentono meglio. Scrivere è un gesto che si trascina il peso dei mondi; non è cosa gradevole. Scrivere è bruciarsi nella fucina dell’incompiuto per ricavare il frammento di un diamante, operazione che può approdare facilmente alla catastrofe. Nessuna appartenenza sociale e culturale, alta o bassa, garantisce di essere discreti, mediocri o sommi poeti. Ho letto cose orribili scritte da onorevoli professionisti e intellettuali, e cose degne di nota scaturite dalla penna di semplici operai.

Stylos, appunti tra arte e vita 14

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 Stylos, appunti tra arte e vita 14 dalla serie "Scarabocchi col tablet" 14 Si dice che l’arte non serve a niente, frase che spesso è servita a chi arte non sa fare e ha bisogno di essere riconosciuto artista. Ma se l’arte non serve a niente, allora essa può comportarsi come un corollario del Niente. Credo che la frase giusta dovrebbe essere questa: l’arte serve il Niente, e cioè quella pulsione misteriosa che ci porta a sprecare un surplus di energia per la produzione di un oggetto che ha perso la sua aura. Esistono molte varianti di questo ragionamento: l’oggetto dice, proclama per la sua stessa sopravvivenza. L’oggetto non comunica. Parla, cioè, in nome di. Non per se stesso.

Stylos, appunti tra arte e vita 13

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Stylos, appunti tra arte e vita 13 dalla serie "Scarabocchi col tablet" 13 La disposizione museale costituisce già di per se stessa una categoria estetica sovrabbondante. L’isolamento dell’oggetto ne aumenta l’aura. La dissociazione dal suo tempo lo riestetizza. Attraverso l’oggetto si gode di qualcos’altro. L’oggetto si fa tramite.