Alcuni stralci critici dall'antologia pubblicata da Macabor

 


Pubblico alcuni stralci critici tratti dal volume


Nel poemetto di Sebastiano Aglieco La promessa dei giorni, edito nel 2010 nella collana Fiori di Torchio, poi ripreso in alcune sue parti nel 2013 in Compitu re vivi, leggiamo questo testo: “Ho deciso:/
aprimi, se vuoi, come/una melagrana, e guardami/ tutto è nel petto, qui/ che trema della sua gioia/ della sua veloce spina”. La poesia, in Aglieco, nasce da una decisione, dalla scelta di offrirsi, di mettersi in
gioco, di porgersi come si porge un frutto, di darsi in pasto a un tu. La poesia non è un’operazione estetica, è un gesto sacrificale: il dono di sé descrive compiutamente il gesto dell’artista.
(Corrado Bagnoli)

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La poesia di Sebastiano Aglieco ruota attorno ad alcune parole che contengono mondi infiniti, entro i quali egli ci porta con i suoi versi, di raccolta in raccolta ci accompagna a seguire i suoi passi, quelli degli spostamenti reali da una casa all’altra, da una scuola di città a una scuola di paese, quelli che descrivono rotazioni e rivoluzioni intorno a quei soli pulsanti. I soli, le parole che costituiscono le sue ossessioni creative sono: casa, madre, padre, nome, alberi e soprattutto, quella che le riunisce in un’unica immensa galassia, in cui ha stabilito la propria dimora, che è: infanzia.
(Marco Molinari)


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La parola resta elemento centrale di civiltà e formazione: nel cuntu ne sono dotati anche gli animali, così come avviene nelle narrazioni fantastiche, e costituisce uno strumento innato e comune, una forma
di umanizzazione in nome di una dicibilità condivisa. E la parola, al di là dei parlanti, si dispiega in Jànu e l’angilu in tutte le sue potenzialità. Spinta dalla ricchezza del dialetto ci trasmette i paesaggi più
aspri, e la temperatura torrida, la crudezza del macello, la martirizzazione della mucca sull’altare, lo scompiglio della folla ma anche le atmosfere più liriche del risveglio e dell’inizio del giorno e le meditazioni nel colloquio con il Nulla.
(Luigi Cannillo)


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Sebastiano Aglieco è manifestazione che meraviglia nel prendere al centro del petto, o dello stomaco; epifania che si configura nello svolgersi di una consapevolezza di dolcezza e realismo che edificano
una poesia calda, appassionata, dalle visioni meridiane, tessuta di storia mediterranea. La Sicilia ha plasmato la voce di questo poeta che resta nel suo mare in ogni momento. Mare, che diventa condizione umana e metafora perfetta che riconduce a un canto necessario e a tratti perduto.
(Angela Greco AnGre)

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Dacché lo conosco, Sebastiano Aglieco non mi ha mai deluso…Poeta di primordine – ma soprattutto non retorico, non edulcorato alla corte melensa o astiosa del Contemporaneo… Poeta, ma anche narratore, e saggista poliedrico, fantasioso e caparbio. 
(Plinio Perilli)

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La militanza poetica, ultraquarantennale di Sebastiano Aglieco ci consegna la densità di una costruzione modulare ma assecondata da una visione integrale, nella quale interagiscono le questioni essenziali
della vita, del privato, che si intersecano con le ragioni esistenziali dell’umanità. Ma non si può non partire delle “origini”, dalla sua terra, la Sicilia, che resta costantemente presente non solo come evocazione del passato, ma come formazione del presente. Un po' come era successo a Quasimodo e ad altri poeti che hanno lasciato il loro mondo, lontano e diverso, portandolo però sempre appresso.
(Silvano Trevisani)

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Nell’attraversamento, decisamente irregolare e non accademico, della produzione di Aglieco ho avvertito come presenza sottesa (sotterranea) un corpo a corpo tra la lingua e l’esperienza, tra le ferite
della carne e le ferite dell’anima sensibile: e non solo simbolico. Spesso si rivolge a se stesso, nei suoi versi, ma altrettanto spesso crea un interlocutore che gli serve per dichiarare al mondo la sua posizione, il suo volerci essere. Ecco, forse la sua poesia si fonda su un antico taglio d’esistenza; almeno per come si legge nei nove versi di

Testamento:

Voi sarete i nominati
di tutte le vecchie storie
le parole date in pegno
per la disfatta dei poeti.
Voi sarete l’oltraggio
il fiato misurato tra gli sputi e l’omicidio
il dono ricevuto e un bambino
che non deve niente

(Silvano Sbarbati)




Traggo dalla raccolta di esordio di Sebastiano Aglieco del 1985, Minime, un vocabolo che è un’irruzione nel tempo e che volge oltre, è un destino, un privilegio, una condanna e, contemporaneamente, una scelta, coraggiosa e difficile, tra rivendicazione morale e aspirazione all’assoluto: CONFINE.
(Gianni Mazzei)


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Da Minime (1985)



Questo lento confine
che separa la strada dai tuoi occhi,
nella luce amorfa la città si perde
quando naturale svanisci
lasci nella bocca quest’amarezza.

La pausa della vita è dentro le tue labbra
la pioggia prepara tessiture irreparabili
in questa piazza, tutto è come un sonno
se non avessi la tua carne che consola
e la carne s’appuntella contro la carne
il resto è baciare la morte sulla bocca.

Io so che il tempo non consola.

Ho un male, qui
dove appoggi spesso i tuoi occhi.

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