Giuseppe Maria Salemi, Stralci d’amore e identità, I quaderni di Pentélite - Morrone Editore, 2026
Giuseppe Maria Salemi, Stralci d’amore e identità, I quaderni di Pentélite - Morrone Editore, 2026
La copertina è un progetto di Carolina Giannì.
Le illustrazioni sono di: Nahomie Barros, Andrea Russo, Dalila Scionti, Josephine Finocchiaro, Ambra Mudanò

Quando capita di leggere l’opera prima di un giovane autore, s’impone subito alla memoria la celebre domanda di Rilke a un giovane poeta che gli chiedeva numi sul fare poesia. Il senso delle sue parole era questo: morireste se vi fosse impedito di scrivere?
Rilke legava l’atto del far poesia all’idea imprescindibile di una necessità interiore, di un impulso che viene prima della parola. L’indicazione certamente non risolve il tema della forma - ogni oggetto ha un suo nome definitivo - ma io credo che Rilke affrontasse la questione sapendo che la propria forma è il gesto finale di un processo interiore pulsante, bruciante, senza il quale l’estetica prende il sopravvento.
L’opera prima di Giuseppe Maria Salemi, dunque, per addentrarsi nella sua strada futura, mostra di voler partire da un gesto che investe la vita piuttosto che da una riflessione estetica, perché questa è conseguente. Come tutta la giovane poesia - ma direi le prime prove di poesia - l’impulso gli viene dai primi trasalimenti della crescita, nel passaggio esistenziale da una zona a un’altra della vita. E dunque l’amore, l’amicizia, la solitudine, la delusione, gli slanci, gli ideali, l’erotismo, la ricerca di una spiritualità più profonda, autentica, l’etica dei comportamenti, persino la tentazione di un maledettismo come via di fuga all’angusta e noiosissima routine quotidiana.
Meglio è, in questa fase delicata della propria scrittura, non avere maestri ma attingere direttamente dalla strada. Meglio non smorzare ma stare nella pienezza della propria ispirazione dionisiaca. Meglio non censurare ma accogliere appieno l’intricato sistema sensoriale del mondo che ci circonda.
Perché i giovani poeti, come spesso capita, quando scelgono un maestro, ne scelgono la forma e non l’occasione segreta che ha nutrito quella parola; la forma come baluardo alla fragilità dei propri mezzi. Poi, com’è giusto che sia, i maestri bisogna tradirli, caricandosi il peso di un doloroso tradimento. Meglio, allora, lasciarsi andare all’impulso ad essere poeti per la prima volta, immergendosi nel fango e nell’acqua calda dell’esperienza. Trovo tutto questo lavorio nell’opera prima di Giuseppe Maria Salemi.
Scrive Giuseppe Pettinato nella presentazione: “Giuseppe è un poeta in cammino, umile perché consapevole, è un’anima che cerca e solo chi cerca può avere risposte e magari giungere alla verità”. Alla propria verità, aggiungerei.
Il vasto ventaglio di temi e possibilità sperimentate da questa poesia, è l’effetto naturale delle occasioni, delle mille osservazioni dell’occhio e del sentimento. Come Rilke che consiglia il suo giovane lettore, il poeta dovrà scegliere una strada più dritta, più ossessiva, selezionando le occasioni, tenendo lo sguardo davanti e lasciandosi alle spalle i fantasmi meno pericolosi. Nei testi di Giuseppe Maria Salemi già emergono gli elementi di un ritratto, la consapevolezza di un travaso e la responsabilità del gesto che dovrà dire, definire, ferire:
Albatro nero
Sono l’albatro nero
dal volo di passi terreni
e imbratto i sassi
con il sangue allo stomaco.
Sono l’albatro nero
volontariamente disceso
a studiare i miei geni
e imbrattare le piume
grazie al vostro peccato,
la mia innocenza.
Sono l’albatro nero
ascolto
valuto
ricordo
ma scelgo
di abbeverarmi di fiele.
*
Mi assolvo
I miei giochi sono finiti
spezzati
da un gesto
che trucida il candore
e m’imbratta l’anima
come il carbone sulle dita.
Perduta l’innocenza
che di bianco vestivo
il mio tempo è finito.
Affogo
e mi scopro maturo
per sporcarmi da solo.
Cerco ancora
quel gesto meccanico
il piacere della scoperta
al prezzo della sofferenza.
Ormai uomo
allontano vergogna e dolore,
mentre perdono quella mano
mi assolvo.
La copertina è un progetto di Carolina Giannì.
Le illustrazioni sono di: Nahomie Barros, Andrea Russo, Dalila Scionti, Josephine Finocchiaro, Ambra Mudanò

Quando capita di leggere l’opera prima di un giovane autore, s’impone subito alla memoria la celebre domanda di Rilke a un giovane poeta che gli chiedeva numi sul fare poesia. Il senso delle sue parole era questo: morireste se vi fosse impedito di scrivere?
Rilke legava l’atto del far poesia all’idea imprescindibile di una necessità interiore, di un impulso che viene prima della parola. L’indicazione certamente non risolve il tema della forma - ogni oggetto ha un suo nome definitivo - ma io credo che Rilke affrontasse la questione sapendo che la propria forma è il gesto finale di un processo interiore pulsante, bruciante, senza il quale l’estetica prende il sopravvento.
L’opera prima di Giuseppe Maria Salemi, dunque, per addentrarsi nella sua strada futura, mostra di voler partire da un gesto che investe la vita piuttosto che da una riflessione estetica, perché questa è conseguente. Come tutta la giovane poesia - ma direi le prime prove di poesia - l’impulso gli viene dai primi trasalimenti della crescita, nel passaggio esistenziale da una zona a un’altra della vita. E dunque l’amore, l’amicizia, la solitudine, la delusione, gli slanci, gli ideali, l’erotismo, la ricerca di una spiritualità più profonda, autentica, l’etica dei comportamenti, persino la tentazione di un maledettismo come via di fuga all’angusta e noiosissima routine quotidiana.
Meglio è, in questa fase delicata della propria scrittura, non avere maestri ma attingere direttamente dalla strada. Meglio non smorzare ma stare nella pienezza della propria ispirazione dionisiaca. Meglio non censurare ma accogliere appieno l’intricato sistema sensoriale del mondo che ci circonda.
Perché i giovani poeti, come spesso capita, quando scelgono un maestro, ne scelgono la forma e non l’occasione segreta che ha nutrito quella parola; la forma come baluardo alla fragilità dei propri mezzi. Poi, com’è giusto che sia, i maestri bisogna tradirli, caricandosi il peso di un doloroso tradimento. Meglio, allora, lasciarsi andare all’impulso ad essere poeti per la prima volta, immergendosi nel fango e nell’acqua calda dell’esperienza. Trovo tutto questo lavorio nell’opera prima di Giuseppe Maria Salemi.
Scrive Giuseppe Pettinato nella presentazione: “Giuseppe è un poeta in cammino, umile perché consapevole, è un’anima che cerca e solo chi cerca può avere risposte e magari giungere alla verità”. Alla propria verità, aggiungerei.
Il vasto ventaglio di temi e possibilità sperimentate da questa poesia, è l’effetto naturale delle occasioni, delle mille osservazioni dell’occhio e del sentimento. Come Rilke che consiglia il suo giovane lettore, il poeta dovrà scegliere una strada più dritta, più ossessiva, selezionando le occasioni, tenendo lo sguardo davanti e lasciandosi alle spalle i fantasmi meno pericolosi. Nei testi di Giuseppe Maria Salemi già emergono gli elementi di un ritratto, la consapevolezza di un travaso e la responsabilità del gesto che dovrà dire, definire, ferire:
Albatro nero
Sono l’albatro nero
dal volo di passi terreni
e imbratto i sassi
con il sangue allo stomaco.
Sono l’albatro nero
volontariamente disceso
a studiare i miei geni
e imbrattare le piume
grazie al vostro peccato,
la mia innocenza.
Sono l’albatro nero
ascolto
valuto
ricordo
ma scelgo
di abbeverarmi di fiele.
*
Mi assolvo
I miei giochi sono finiti
spezzati
da un gesto
che trucida il candore
e m’imbratta l’anima
come il carbone sulle dita.
Perduta l’innocenza
che di bianco vestivo
il mio tempo è finito.
Affogo
e mi scopro maturo
per sporcarmi da solo.
Cerco ancora
quel gesto meccanico
il piacere della scoperta
al prezzo della sofferenza.
Ormai uomo
allontano vergogna e dolore,
mentre perdono quella mano
mi assolvo.
il primo passo di un lungo cammino poetico. Custodisci sempre questa rara sensibilità. Ad maiora!
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