Salvo Basso, Picca, Noùs, 2026
Salvo Basso, Picca, Noùs, 2026

Si tratta dell’ultima piccola antologia dedicata al poeta siciliano, testi che, come chiarisce Renato Pennisi nella nota, “appartengono all’ultima agenda su cui Salvo Basso aveva annotato alcune delle sue ultime poesie. Sono testi composti nel 2001, anno della diagnosi della malattia. Uno zibaldone di appunti, numeri telefonici, riflessioni, scadenze, amarezze, speranze, disegni, poesie e versi appena abbozzati”. “Picca”, insomma, poca cosa, ma con la constatazione del prefattore Giovanni Tesio che questo “picca”, in realtà, considerando tutto un mondo che si squaderna, è “Tutto”.
Il tutto di questa poesia coincide con un sentimento della verità che non accetta stratagemmi di nascondimento, deragliamenti di senso. La verità è frontale, cruda, il che implica che la parola sia specchio, luogo in cui la vita riassume il suo senso nella parola.
Il libro, che alterna versi scritti in italiano e in dialetto, è struggente e drammatico. Si tratta di un quaderno in cui le domande senza risposta si alternano a riflessioni lucidissime sullo stato delle cose, e che non riguardano solo la malattia ma la condizione finale della nostra esistenza.
Essere malato
senza saperlo.
Come sempre
le cose della vita
(e della morte)
non le sappiamo
mai (al momento giusto).
La rarefazione del dettato, tipica di Salvo Basso - scrive Giovanni Tesio, “Salvo Basso non ha mai avuto timore dell’essenziale” - nel caso di queste ultime acquista il significato di un giungere al dunque, di un non gioco, di un “non babbiàri” più, detto in dialetto; ogni cosa, alla fine, è la sua unica parola.
Eppure questi versi non sono definitivi, né nella forma né nell’intenzione, ed è giusto che sia così. Se fossero definitivi, si collocherebbero nell’ambito di una presunzione profetica; se fossero abitati totalmente dal tragico, non avrebbero neanche ragione di essere. La giusta condizione, invece, è quella dell’attesa, del prolungamento della speranza e dell’angoscia:
Non cc’è
inizziu e fforsi
mancu a fini.
Cc’è
(n)a chiacchira
continua na a ca sirpintia
muzzica
e mmilena -
Ppoi
u sangu fa
u rrestu
Non c’è / inizio e forse / neppure fine. / C’è / un chiacchiericcio / continuo / una a che serpeggia / morde / e avvelena - / Poi / il sangue fa / il resto.
Quel chiacchiericcio è ciò che i vivi non sanno ma che pretendono di sapere nominando solo la parola, dietro la quale non sappiamo chi si nasconda.
Umanamente il poeta - l’uomo, tout-court - vive la fine come tempo prolungato e sospeso, allungato, a differenza di ciò che si pensa, e cioè che l’istante della fine sia percepito come breve: un finale ormai senza sorprese.
Il fascino del libro consiste, insomma, nella puntigliosa trattazione degli stati d’animo, dei pensieri che si rincorrono: un vademecum, o prontuario di non soccorso, per non essere colti dalla sorpresa e chiudere gli occhi nella certezza che nessun paio di occhiali servirà a squarciare il velo.
Non riesco a piangere.
Le lacrime le conservo
tutte per dopo.
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