Silvano Sbarbati, con la sua consueta rara e preziosa attenzione, annota le prime impressioni su ALLA MALORA IL CANONE. Un libro ponderoso e impegnativo, sicuramente, ma strumento necessario da consultare nel presente e nel futuro della poesia siciliana. Che non può essere oggetto di censure e sbadataggini, pena la dimenticanza della storia della poesia siciliana ma anche della poesia italiana, così dipendente da pochissimi poeti che hanno finito per occupare stabilmente gli scranni del canone. Credo che ogni regione dovrebbe fornirsi di uno strumento simile ma, visto il clima di lassismo critico ufficiale, e di "sbadataggine" più o meno consapevole dei circoli e dei circoletti dubito seriamente.
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666 pagine nel formato 17x24. E dunque un libro che si presenta con la dimensione e il peso del volume.
Sebastiano Aglieco con “Alla malora il canone – Repertorio critico della poesia siciliana a cavallo tra due secoli” ha pubblicato un volume – cioè a dire un’opera che nel semplice atto di sfogliarla trasmette al presumibile lettore una sua precisa peculiarità: quella di essere impegnativa.
Non si tratta di leggere un testo che intrattiene e diletta: qui ci sono i materiali da costruzione per una architettura specifica (la poesia siciliana dai primi del 900) ma allo stesso tempo Aglieco immette tra i dati biografici, quelli bibliografici e le riflessioni critiche ulteriori elementi sulla relazione tra poesia e realtà.
Per cui non si può leggere questo libro se non avendone soggezione, letteralmente, sia da parte di chi ha una competenza sulla materia, sia da parte di chi (è il mio caso) non ne possiede affatto.
Soggezione per la mole di autori e opere che Aglieco porta alla luce: illuminandole con il faro di una attenzione seria, rispettosa, amorevole oserei dire, ma senza la retorica degli affetti e delle simpatie letterarie derivanti dalla geografia.
La Sicilia che ne viene fuori è tellurica – ed è un aggettivo fuori di metafora, visto che molti degli autori e delle opere sono scoperte e riproposte. Una poesia rimasta sepolta nelle pieghe del tempo, della povertà dei mezzi, o della trascuratezza: di questo soprattutto si occupa questo repertorio che è fedele appunto all’etimo: un repertorio organizza e facilita la consultazione, aiuta a trovare quel che si cerca anche in modo inaspettato.
Il libro è rigoroso nel sottotitolo (“repertorio”) come è dichiarativo nel titolo: “Alla malora il canone” appalesa l’intenzione di non cedere alla tentazione di occuparsi della poesia ‘misurandola’, ma al contrario di sottrarla “alla dimenticanza e agli omissis della storia della letteratura”. Così scrive Aglieco a pag. 10. E poco dopo aggiunge che aveva la intenzione, con questa sua fatica, “di far uscire dal cono d’ombra (…) voci ed esperienze conosciute e studiate – e non sempre – solo dagli ambienti accademici, dagli specialisti, dai liberi pensatori”. E se questo è vero, sta a dire che comunque una storia la letteratura la possiede; e dentro questa storia è possibile restare invisibili anche dopo essere apparsi per un lampo nei contesti di chi se ne occupa.
Mi sembra come l’operazione di Aglieco ( dalla lunga gestazione) nasca dalla idea del repertorio ma poi diventa di volta in volta antologia (raccolta di ‘fiori’) e crestomazia (ciò che si struttura per l’altrui apprendimento). Conferma questa mia osservazione il poderoso apparato di riferimenti critici con cui vengono tolti dal “cono d’ombra” i quasi quattrocento autori presi in esame. E anche quell’accenno alle antologie a pag.599 ribadisce con forza la convinzione che le “antologie vanno fatte: tante, non l’unica preziosissima antologia dei divi”. E su questa che definirei una tonalità affettiva, Aglieco articola i suoi interventi passo passo accompagnando (questa è l’immagine che mi suscita) e suoi poeti, conosciuti per le virtù del caso o per studio, dall’ombra alla luce. Senza sconti, senza disattenzione d’analisi, con passione lucida e responsabilità etica che gli fa sfiorare l’idea che talvolta far tacere la parole è l’unica possibilità di restare umani, parlando all’umanità.
Questi passaggi di potente immedesimazione ad una eticità della poesia li ho trovati quasi per caso, nel corso di una lettura saltabeccante del volume (l’unica di cui sono stato capace, messo in soggezione dalla ponderosità che seduce e respinge). Quasi per caso a pag. 96, quando si occupa di un poeta che ha scritto poco (Mario Farinella). Di lui scrive Aglieco: “(…) queste poche poesie di Farinella sono uno schiaffo in faccia, una doccia fredda contro il nostro comodo stare post bellico, ed è una poesia che si può capire solo pensando che in fondo non esiste uno stato post bellico ma una guerra interiore che sempre ci abita e che un giorno - per adesso alle porte – potrebbe varcare l’uscio della nostra complicata cantina psichica”. E poi, Aglieco cita pochi versi da “Mi guardavi straniera” che veramente sarebbero da incorniciare come lui suggerisce “almeno in un quadretto a bella vista nella stanza più intima della propria casa”.
E’ un invito molto serio. Un invito a far diventare la poesia davvero un fiore da coltivare bene perché poi ci serva a capire il mondo, capendo meglio che cosa c’è nella nostra “cantina psichica”.
Infine: “Alla malora il canone” è anche un libro che si fa fatica a tenere in mano. Ha bisogno di un appoggio per essere sfogliato. Un libro di peso che obbliga l’eventuale lettore a prenderlo in considerazione come oggetto. La poesia diventa pesante e questo contribuisce a far sì che libri come questo - per chi voglia fare i conti con il peso della esistenza e voglia capire quel che si trova nella nostra “cantina psichica” – possano essere sfogliati e letti a tavolino, con un supporto che non è non solo fisico. Leggere a tavolino costringe alla responsabilità di un gesto, di una azione con il lettore che ri-crea ogni volta un testo.
Nel repertorio critico della poesia siciliana a cavallo fra due secoli questa responsabilità si può approcciare a stralci, passando di anno in anno tra i tanti coni di luce con cui Aglieco illumina i protagonisti “smarriti” di una poesia che ci parla.
Un libro antologico che dovrebbe essere imitato, nella forma chiara e nella finalità etica, per farne una serie che riguardi tutte le regioni italiane. Lo leggerò. Intanto diffondo sul mio profilo fb.
RispondiEliminaPur non conoscendo la produzione siciliana sono per mandare alla malora ogni canone come l'amico forbito Silvano sottolinea... (Sarà che nel mio piccolo tento anch'io da più di 20anni di farlo nel mio ambito...). GRAZIE.
RispondiEliminaMi colpisce sul piano ermeneutico perché mi sembra interpretativo di tanto di noi umani&umane anche se l'ambito anzi il con-testo siciliano mi è estraneo o meglio sconosciuto nonostante un amore e un viaggio di gioventù. Ma mi sono forse ritornati hegelianamente in mente tappe o momenti dialettici di un tempo che non c'è più. Grazie.
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