Carlo Cirnigliaro su Dàssea nare, di Maurizio Casagrande

Carlo Cirnigliaro su Dàssea nare, di Maurizio Casagrande

Un giovane lettore si cimenta con competenza e passione nella lettura critica del bellissimo libro di Maurizio Casagrande. 





  Muovendo da considerazioni sulla lingua, è evidente che l'italiano delle parafrasi non ha nulla a che vedere (dal punto di vista della musicalità e della forza evocativa delle immagini che crea) col dialetto dell'originale. E' specchio del significato, ma non lo è quasi mai fino in fondo: le parafrasi appaiono meno dirette, in un certo senso più “distaccate”. 
  Tuttavia la "volgarità" intrinseca di certe espressioni dialettali, va molto perduta perché  più significativa di un italiano colto. 
  La perdita è anche più evidente quanto alla valenza musicale dei testi, nel passaggio da un codice all'altro. La poesia di Maurizio Casagrande, dimostra in effetti una forza impressionante perché riesce a comunicare concetti semplici, per quanto intrisi di complessità, sempre con una propria musicalità intrinseca e anche artificiale. 
  Occorre leggere in dialetto, poi in italiano e poi tornare al dialetto. Tale strategia può aiutare ad apprezzare meglio il significato letterale dei testi, ma anche a capire la poesia nella sua modalità originale.
  Le liriche oscillano tra la forma breve, come in Coarto de ròncoea, e forme più estese; appare più efficace quella lunga, per la singolare capacità  nel fissare momenti su momenti a plurime rimodellazioni di sentimenti “simili” (ad esempio: tra puro dolore, agonia permanente, gioia rara e gioia realizzata) espressi in situazioni e contesti completamente diversi, che hanno qualcosa della canzone, non solo per la naturale musicalità del dialetto, ma perché richiamano anche immagini (che spesso danno il titolo ai testi), evocative di per sé: è la stessa capacità di un musicista nell'usare sempre gli stessi accordi ma col dar loro ogni volta un ruolo diverso e potente. 
  Ancora un esempio: un’espressione veneta comunissima in tutto il libro, pur essendo abusata, come del resto altri modi di dire dialettali, è “cofà”, eppure ogni volta che viene usata si adatta al verso (o alla poesia intera se si trova nel titolo) in un modo mirabile. 
  Ma ancora più importante è il fatto che non c’è alcuna ripetizione del sentimento tra una poesia e quella successiva, cosa particolare in un libro che racchiude poesie incentrate tutte su due persone soltanto (una madre e un figlio) e sulle immagini e i momenti che talvolta si ripetono, come gli interni in cucina, motivo chiave che torna spesso, così come altrettanto fondamentale in tutto il libro è il ricorrere della tematica del cibo.
  Nel loro complesso le liriche sono potentissime, tra acuti dolori e rare gioie. È quasi impossibile leggerle senza provare una naturale empatia. 
  Ma il pregio forse maggiore dell'opera sta nel fatto che l'intento dell'autore non appare tanto quello di ricordare una madre per la realtà di com’era in vita (negli apici di gioia o di dolore) ma soprattutto di innestare la sua memoria in qualcuno che non poteva conoscerla, alla maniera di Foscolo con l'Ettore di Troia affinché il defunto possa continuare a vivere attraverso il ricordo.

Su Dàssea nare le mie considerazioni nell'archivio di Compitu re vivi

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