Marco Molinari, Stiamo raccogliendo le briciole, MC, 2026
Marco Molinari, Stiamo raccogliendo le briciole, MC, 2026
Il nuovo libro di Marco Molinari, nella sua prima parte eponima, può ricordare, per certi aspetti, le persone dell’antologia di Spoon River; e cioè ritratti e fatti a loro legati.
Le differenze riguardano essenzialmente due punti: tutte queste persone abitano un microcontesto ben delineato, e cioè la casa di riposo in cui per anni il poeta ha lavorato: “Rivedo ogni ospite venirmi incontro / nei corridoi della Casa di Riposo”.
Ne consegue un tono più familiare, dovuto alla conoscenza e alla vicinanza che, tra l’altro, rinverdisce quel tono, ormai quasi perduto, di una poesia “vicina”, dall’afflato emozionale, senza i toni spesso distaccati di un “universalismo” algido, universale; parola “che sembra svincolarsi definitivamente da ogni retaggio orfico, orientandosi verso un dettato chiaro e lineare”, osserva Pasquale Di Palmo nella presentazione.
E dunque ritratti, evocazione di vissuti, persone realissime. Una fra tante:
Il nuovo libro di Marco Molinari, nella sua prima parte eponima, può ricordare, per certi aspetti, le persone dell’antologia di Spoon River; e cioè ritratti e fatti a loro legati.
Le differenze riguardano essenzialmente due punti: tutte queste persone abitano un microcontesto ben delineato, e cioè la casa di riposo in cui per anni il poeta ha lavorato: “Rivedo ogni ospite venirmi incontro / nei corridoi della Casa di Riposo”.
Ne consegue un tono più familiare, dovuto alla conoscenza e alla vicinanza che, tra l’altro, rinverdisce quel tono, ormai quasi perduto, di una poesia “vicina”, dall’afflato emozionale, senza i toni spesso distaccati di un “universalismo” algido, universale; parola “che sembra svincolarsi definitivamente da ogni retaggio orfico, orientandosi verso un dettato chiaro e lineare”, osserva Pasquale Di Palmo nella presentazione.
E dunque ritratti, evocazione di vissuti, persone realissime. Una fra tante:
Mario F.
La Banda sotto la finestra
era lì per accompagnarti al cimitero
e i fiati salivano in cielo
portando con sé i pannoloni
le padelle i cateteri
perché a un uomo con il cappello
sulle ventitré non mancherà mai
la dignità lo sguardo diritto
le parole semplici
per chiudere una frase.
Mi torna in mente quel pomeriggio:
la Marsigliese salire dai piedi,
ogni volta che sto per cadere.
Poesia civile, dunque, se per poesia civile intendiamo l’attenzione verso gli altri, senza fumoserie politiche o di consorteria - il tema, tra l’altro, è poi evocato in una sezione del libro Res publica -.
La vicinanza rappresenta dunque la chiave - ognuno ha la sua - per aprire le porte del mondo devastato, che ogni poeta avverte come fibrillazione della parola, persino quando non si voglia rinunciare a un quieto classicismo.
Dopo l’evocazione dei corpi, Molinari si addentra in un vasto poemetto, Nucleo Alzheimer, in un gesto di spontanea riflessione, più complesso, in cui i corpi emergono dalla malattia tutti insieme, come se costituissero l’unico corpo dello sghembo mondo, l’unico corpo che non può sfuggire alla malattia.
In queste presenze Molinari riconosce una vicinanza che nel libro funziona come “sregolamento” formale, nel senso che la forma abbassa la sua albagia, la sua pomposa stima di sé: “E quando li incrociavo mi fermavo a guardarli / e anche loro si fermavamo, farfugliavano / qualche parola a cui provavo a rispondere / ci salutavamo e riprendevamo la nostra strada. / Era più impensabile delle passeggiate di Walser / e di tutti i flâneur che ho incontrato sulle pagine. / Perché mai li ho sentiti così sorelle e fratelli / quegli automi in marcia verso una terra / senza dolore, illusioni e sordità”.
Il punto di vista, dunque, è ben evidenziato, il poeta non si sottrae, fornendoci solamente dei ritratti, distanziandosi, ma provando a riassumere, infine, il senso di questa sua poesia:
Come chiamare queste storie,
non sono che una parte di milioni:
arbitrarie e forse sbagliate
Che senso dare a questi nomi
che ora sono incisi su lastre di marmo
che nessuno cerca, né nomina.
Mi dite che la vita è solo presente,
conta solo questo momento
in cui sto scrivendo e ricordando,
finito, non c’è più niente,
parole al vento, non sono esistite
perché adesso non esistono,
persone che non sono vissute
perché adesso non vivono.
Allora il dolore, la paura della malattia,
le gambe che non reggono,
il corpo che tutto lascia andare
e a cui non si comanda?
Quelli ci sono ancora,
quelli che esistono, allora
sono loro che chiamano?
La riflessione, insomma, travalica il ritratto, giungendo a una dimensione più universale, che sentiamo familiare in quanto scaturisce dal dato concreto del dolore, e sono queste le poesie probabilmente più alte di tutto il libro. I vecchi acquistano nuova voce, una nuova voce nascosta in loro che finalmente li espone alla verità: “Stiamo raccogliendo le briciole / che avete lasciato che abbiamo lasciato”.
La Banda sotto la finestra
era lì per accompagnarti al cimitero
e i fiati salivano in cielo
portando con sé i pannoloni
le padelle i cateteri
perché a un uomo con il cappello
sulle ventitré non mancherà mai
la dignità lo sguardo diritto
le parole semplici
per chiudere una frase.
Mi torna in mente quel pomeriggio:
la Marsigliese salire dai piedi,
ogni volta che sto per cadere.
Poesia civile, dunque, se per poesia civile intendiamo l’attenzione verso gli altri, senza fumoserie politiche o di consorteria - il tema, tra l’altro, è poi evocato in una sezione del libro Res publica -.
La vicinanza rappresenta dunque la chiave - ognuno ha la sua - per aprire le porte del mondo devastato, che ogni poeta avverte come fibrillazione della parola, persino quando non si voglia rinunciare a un quieto classicismo.
Dopo l’evocazione dei corpi, Molinari si addentra in un vasto poemetto, Nucleo Alzheimer, in un gesto di spontanea riflessione, più complesso, in cui i corpi emergono dalla malattia tutti insieme, come se costituissero l’unico corpo dello sghembo mondo, l’unico corpo che non può sfuggire alla malattia.
In queste presenze Molinari riconosce una vicinanza che nel libro funziona come “sregolamento” formale, nel senso che la forma abbassa la sua albagia, la sua pomposa stima di sé: “E quando li incrociavo mi fermavo a guardarli / e anche loro si fermavamo, farfugliavano / qualche parola a cui provavo a rispondere / ci salutavamo e riprendevamo la nostra strada. / Era più impensabile delle passeggiate di Walser / e di tutti i flâneur che ho incontrato sulle pagine. / Perché mai li ho sentiti così sorelle e fratelli / quegli automi in marcia verso una terra / senza dolore, illusioni e sordità”.
Il punto di vista, dunque, è ben evidenziato, il poeta non si sottrae, fornendoci solamente dei ritratti, distanziandosi, ma provando a riassumere, infine, il senso di questa sua poesia:
Come chiamare queste storie,
non sono che una parte di milioni:
arbitrarie e forse sbagliate
Che senso dare a questi nomi
che ora sono incisi su lastre di marmo
che nessuno cerca, né nomina.
Mi dite che la vita è solo presente,
conta solo questo momento
in cui sto scrivendo e ricordando,
finito, non c’è più niente,
parole al vento, non sono esistite
perché adesso non esistono,
persone che non sono vissute
perché adesso non vivono.
Allora il dolore, la paura della malattia,
le gambe che non reggono,
il corpo che tutto lascia andare
e a cui non si comanda?
Quelli ci sono ancora,
quelli che esistono, allora
sono loro che chiamano?
La riflessione, insomma, travalica il ritratto, giungendo a una dimensione più universale, che sentiamo familiare in quanto scaturisce dal dato concreto del dolore, e sono queste le poesie probabilmente più alte di tutto il libro. I vecchi acquistano nuova voce, una nuova voce nascosta in loro che finalmente li espone alla verità: “Stiamo raccogliendo le briciole / che avete lasciato che abbiamo lasciato”.
La seconda sezione del libro, Esercizi di bacio alla francese, rivela tutta la complessità del libro. I visi, i corpi, non ci sono, ma si percepiscono in sottofondo. La riflessione sul senso ora è ribaltata sul corpo stesso del poeta, uno dei tanti colpiti dalla vita. Corpo che riconosce le stimmate del tempo: “E’ tempo di ripiegarsi, di diventare / camicia, vestito, oggetto inanimato”.
Ritorna il tema della Voce, quel soffio che permea tutte le cose ma che non si esprime, se non per mezzo della nostra intuizione e sensibilità, e che per un poeta è possibilità e rischio: “Questa voce sconosciuta da dove viene? / E’ una creazione della tua solitudine?”. Il respiro si fa più largo, come se il poeta fosse uscito dalla casa: “In tutti questi anni / mai avrei pensato di parlare / con gli storni, allineati sopra di me, / sui fili della luce. / (…) Com’è perfida la vita, / tanti anni fa il loro volo anarchico / mi era venuto a noia. / Ora non attendo che di dialogare / con loro, e ogni volta mi sento rivivere, / fratello della loro libertà”.
E ancora altri ritratti, questa volta più misteriosi, partoriti dall’aria, dal mistero della terra. Da suggestioni cinematografiche.
Ritorna il tema della Voce, quel soffio che permea tutte le cose ma che non si esprime, se non per mezzo della nostra intuizione e sensibilità, e che per un poeta è possibilità e rischio: “Questa voce sconosciuta da dove viene? / E’ una creazione della tua solitudine?”. Il respiro si fa più largo, come se il poeta fosse uscito dalla casa: “In tutti questi anni / mai avrei pensato di parlare / con gli storni, allineati sopra di me, / sui fili della luce. / (…) Com’è perfida la vita, / tanti anni fa il loro volo anarchico / mi era venuto a noia. / Ora non attendo che di dialogare / con loro, e ogni volta mi sento rivivere, / fratello della loro libertà”.
E ancora altri ritratti, questa volta più misteriosi, partoriti dall’aria, dal mistero della terra. Da suggestioni cinematografiche.
Il finale del libro è ancora dedicato ai nomi, questa volta a nomi che la memoria ha già archiviato ma che continuano a suggerire senso: poeti, musicisti, amici...Nomi che non diranno niente, compreso il nome stesso del poeta, il quale ha anche scritto poesie civili, gesti sulla carta, inutili rivoli di malinconia quasi senile: “Io, vestito con abiti feriali, / scrivo piccole poesie anarchiche, / che nessuno mai leggerà”.

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