Stefano Vespo, Un prestito dell’esistenza, pietrevive, 2026

Stefano Vespo, Un prestito dell’esistenza, pietrevive, 2026





  Uno sguardo sulla poesia siciliana dalla fine dell’Ottocento, permette di individuare alcune caratteristiche generali ricorrenti, tali da autorizzare l’idea di una produzione configurabile come una vera e propria letteratura dai caratteri regionali.
  Due di queste caratteristiche sono: il rapporto col territorio, sia nella presenza che nella distanza; una lingua dell’occaso e della luce mattutina, (desiderio, idillio, malinconia, arcadia, rimpianto…) coincidente con quella degli antichi Greci. Ritroviamo alcuni di questi tratti nella poesia di Stefano Vespo.
  La forma, ad esempio, classicamente controllata, che non lascia alcuno spazio alla parola sfuggente, portatrice di altri significati. La parola si lascia esperire e accarezzare mai rinunciando alla sua autonomia di senso. Essa è immaginata come un significante dalla natura di un panico addomesticato, cantabile non nel momento del suo fuoco, ma in quello della sua resa al mondo.
  La culla di questa poesia bolle sotto la superficie sulfurea momentaneamente indurita della terra siciliana ed è emblematico che il paesaggio etneo ritratto da Antonio Lillo e il testo finale che conclude la raccolta, coincidano.

(…)

Alla fine, anche gli aridi cespugli
della ginestra erano spariti,
le radici sbucavano contorte
dagli anfratti e iniziava la distesa
di sassi e di sabbia, sulfurea
e sanguigna. Risalimmo allora
il crinale a strapiombo
sopra il cratere: il vento,
mutando ad ogni istante, disperdeva
le fumarole, smarriti fantasmi
intorno al cieco varco.

(da Vulcano)

L’essere descritto da Stefano Vespo è sicuramente abitato da risvolti biografici che collocano questa poesia nei turbamenti del nostro presente, ma sembra anche apparire da lontani ricordi come una silhouette che attraversa il tempo: “Vado, / avvolto dall’innocenza / di chi non sa / quale terra seppellirà il suo corpo. // Dietro di me / si cancella ogni cosa.”, (da Epilogo).
Il libro, insomma, è tutto attraversato da una interiorizzazione dei flussi emotivi che si metamorfizzano nelle variazioni di una geografia fisica e psichica stratificata come le pagine di un libro.
  La mancanza di ciò che brevemente si ha e si è, ha bisogno di una casa per essere detta; così, il poeta, che non ha mai dimenticato di essere stato bambino, si rivede apparire tra le pietre e le spiagge scoscese della terra siciliana. Appare anche il padre, la cui immagine si palesa come ombra lucente, ad indicare una parola che possa essere utile alla custodia di una memoria che non si sgretola; ad arginare il male.


IL MALE

Come rivoli asciutti di pioggia
scorrono sull’estrema pazienza
della roccia, così m’attraversa
ed in me si consuma tutta
la tristezza d’un secolo, questa
ostinazione cieca del male.

E come la terra
assumo ed espio ogni male.



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