Alcune riflessioni di Silvano Sbarbati su ALLA MALORA IL CANONE





Pubblico questo commento di Silvano Sbarbati su alcuni aspetti di ALLA MALORA IL CANONE. Silvano si sofferma sugli strumenti della critica e sul concetto di canone.


A pagine 614 de “Alla malora il canone” leggo: “…questi poeti minori, questi piccoli libri di poesia, continuano a chiedere la giustezza di un giudizio. Non esiste solitudine se si viene giudicati. Esiste solitudine se non si viene giudicati”.
  E’ mio il corsivo della parola giustezza. Volutamente, perché questa parola mi è risultata molto evocativa; riflettendoci, sono arrivato ad indicarla come una specie di lapsus.
  Stante il seguito del discorso, credo che Aglieco avesse in mente di scrivere “giustizia”. Difatti è nell’ambito della giustizia, della equa distribuzione delle attenzioni letterarie in questo caso, che viene indicato il valore del giudicare l’opera di un poeta. In assenza di giudizio c’è la solitudine. Addirittura c’è il vuoto – inteso come non esistenza in vita dentro una comunità di lettori, eccetera eccetera.
  Questo argomento è molto caro ad Aglieco che inizia ad affrontarlo fin dalle prime pagine del suo voluminoso volume: a pag. 17, per esempio, quando evidenzia i limiti della fama come criterio di valutazione.
  Oppure a pag. 18 quando, assumendo come dato di fatto “la letteratura siciliana non provinciale” la salva dalla secca mortale della marginalità insita nell’idea della provincialità; e marginale, si sa, è anticamera dell’oblìo.
  Questo tipo di attenzione – non trovo altro termine per definire con più precisione la postura intellettuale ed etica con cui Aglieco legge la poesia, e in particolare la poesia siciliana …da siciliano – è anticipata a pag. 9 da un concetto che mano a mano diventa centrale nel prosieguo del libro. Lo cito testualmente: “…se è vero che la poesia è lingua che travalica e scavalca…essa deve mostrare al lettore, si trattasse solamente di un solo verso, una forma di resistenza al tempo e agli strumenti, spesso affilatissimi e mortiferi della critica”.
  Ora, è chiaro che per dare attenzione e arrivare alla giustizia-giustezza di un giudizio sulla poesia, serve una critica che si realizza usando propri strumenti.
  E’ sugli strumenti che il lavoro ponderoso di Aglieco credo abbia disposto la sua attenzione in tanti anni di impegno.
  In primis il rispetto della lettura, che sta a significare un lettore cosiddetto “informato”, cioè competente sulla lingua, partecipe di una comunità interpretativa consapevole. Certo: laddove questa comunità non esista, il lettore informato si fa da sé, evitando di essere, nell’ordine:

lettore modello (che sta senza porsi dubbi dentro le regole imposte dal testo.
lettore empirico (che utilizza il testo per il proprio godimento)
lettore supposto (che resta dentro le maglie delle ipotesi di lavoro di chi scrive)
lettore fittizio (che non prova ad elevarsi al di sopra della prospettiva suggerita dal testo)

  Sostenendosi idealmente a questa tassonomia, Aglieco, lentamente ma inesorabilmente conduce il lettore della sua opera a cercare meglio quella attenzione, grazie alla quale si può approdare sulla riva della giustezza-giustizia di un giudizio; necessaria a togliere dalla solitudine un verso o una intera opera poetica.

“Alla malora il canone”, per usare una metafora, è la navicella per attraversare quel mare procelloso che la poesia di per se stessa travalica e scavalca, resistendo al tempo, innanzi tutto, e alla tentazione di usare navicelle poco efficienti della critica non attenta – al punto da diventare mortifera.
  Beninteso: anche Aglieco usa gli strumenti della critica: ma lui se li costruisce, non si accontenta dell’acquisito. Lo manda alla malora, letteralmente. Lo butta fuori dal tempo – resistendo cioè al tempo che grazie alla disattenzione nasconde e dimentica l’opera.


*

Aggiungo alcune mie riflessioni scaturite da quelle di Silvano Sbarbati

  Il cosiddetto canone ha bisogno di strumenti per formarsi? O di ideologie?; cioè prese di posizione scaturite dal “fuori testo”, dalle “dicerie” intorno al testo? Si può rientrare nel canone perché si è già “consacrati” in vita, o post mortem, e questa seconda opportunità a me sembra la più interessante. I nomi illustri di canonizzati post mortem sono molti e assai illustri, in tutti i campi, ma molti attendono pazientemente alle porte del castello.
  Se ne deduce, dunque, che il canone, di per sé, costituisce una situazione messa in discussione, se non addirittura “ridicolizzata”, dal tempo. Funziona come modalità esemplificativa, facilitante, ma si tratta di una menomazione della verità. La quale è sempre plurale; e non è detto che coincida necessariamente con la qualità. Ma, se eticamente qualità e quantità non coincidono, “naturalmente” sono la stessa cosa.
  Trattandosi un atto umano, questo imita la natura, nel senso che si pone nella situazione di selezionare, di darsi dei limiti. Ma è come se un archeologo sacrificasse nel suo scavo i frammenti minimi di un oggetto non identificabile, proprio perché frammenti minimi.
  In sostanza: il mio lavoro è consistito nel non pormi questioni sulla “qualità”, ma su una testimonianza, più o meno plausibile, non dipendente da me, della quantità. Ne consegue che, lavorando sulla quantità, si scopre la qualità. Gli strumenti, dunque, sono oggetti costruiti al momento, a seconda delle necessità di lettura del testo, scoprendo, poi, che, nel rapporto diacronico e sincronico delle scritture, alcuni esistono già, altri sono spuntati, altri ancora sono da inventare.
  I poeti minori esistono anche adesso, considerati “minori” dalle ristrettezze del canone. Il passaggio citato d Silvano Sbarbati, infatti, è tratto da RADICI DELLE ISOLE, un altro testo critico in cui analizzavo il contemporaneo. Si può, dunque, cadere nella trappola del canone nel momento stesso in cui si é, e restarci per sempre. Di chi la responsabilità? Del lettore medio; del critico di professione; dei supporti editoriali. Il lettore meno avveduto, il quale esercita una sorta di innocenza o di ignoranza rispettabilissime, non ha voce in capitolo. Poi, per concludere. Sarebbe bello se ogni regione italiana avesse il suo ALLA MALORA IL CANONE. I futuri lettori avrebbero strumenti più raffinati per formare il loro canone.




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