Maria Novella Todaro, Di casa altrove, MC 2026

Maria Novella Todaro, Di casa altrove, MC 2026
E’ risaputo che il tema della casa è uno dei più profondi, soprattutto per la parola.
Nella sua essenza, “casa” è “io”, luogo riassuntivo del proprio stare ed emigrare.
Casa, più che rifugio, nel libro di Maria Novella Todaro, si configura come rischio dell’assenza.
Il “logorio” della ricostruzione costituisce, dunque, la poetica stessa del libro, un percorso in cui tutti i temi lavorano a mantenere saldo l’edificio. La casa trema, respira, mostra il suo gracile scheletro: “Non erano pietra i mattoni della casa / ma forati rossi nascosti incalcinati / cadevano a granelli sotto i quadri futuri”, p. 26. Cerca parole per gli ospiti. Il respiro si palesa come presenza corale; “Con non altro che te / è il colloquio”, scrive Todaro citando Sereni.
E ancora: “Della stessa materia di cui io sono fatto / è fatta la mia casa”, (Nikola Madzirov).
E dunque: pietre e mattoni come ossa, tubi e fili come sangue, luce che entra dalle finestre come vista, aria come respiro; la metafora è evidente e non occorre approfondire. Conviene sostare, piuttosto, sul tema della voce, voce consapevole del proprio canto, ma anche voce che sussurra nel dormiveglia e nell’attesa. Ne consegue una dolcezza del verso sospesa tra rigore e canto. Il canto è lo strumento stesso dell’auscultazione del respiro della casa, è, esso stesso, poetica.
La casa attraversa il tempo, quindi investe la memoria. Come trattenere senza il rischio del depauperamento e dello sdrucciolare?
Per incanto si guardano le ore
e mi fermo nel tuo stesso momento;
un singhiozzo, una svista, un lampo lento
lastre grigie di strada ancora aperta
finestra sul tuo mondo immaginato.
Dove sei, dove tocchi il piatto
della cena, il tuo bicchiere di vetro
a chi rendi vuoto di domande -
un giorno trasparenti
come una tela bianca rimasta mia
la nostalgia che a tratti ti premeva.
Questa casa, insomma, cerca di trattenere, in una dimensione di silenzio, tutte le voci che continuano ad abitarla, nel presagio di un’improvvisa resa. E’ questo il motivo per cui la voce si dirama in rivoli di respiro, voce singola e corale, solitaria, monologante, in ascolto.
Ambiguamente il “tu” di un perpetuo dialogo, può rappresentare la casa stessa o un altro suo abitante a cui si chiede ascolto e memoria, vena.
Quando sei sola chi porta i tuoi pesi
chi prende le borse e ti apre le porte
nel momento del buio sulle scale
dove appoggi la mano, quale spalla
ti sostiene la fronte quando piangi
e ricordi il bianco di quei corridoi
dove sei nei miei primissimi anni
in quali stanze trascorri le ore
il latte col miele come lo bevi
caldo se oltre il vetro la neve è un manto
quanto aspetti il mio arrivo
con occhi raccolti e labbra d’amore
ogni giorno nella casa più nuova
quali voci senti chiamare.
La casa è “l’amore il silenzio”, (titolo della seconda sezione).
La casa a un certo punto apre le porte, esce dal suo sonno, dai suoi margini. Accoglie la luce e permette l’apparizione del mare.
Ti amo col mio infinito non amore
la risposta in ogni angolo di tempo,
di bandiere e di lampi gialli
con cui ricopri l’ascesa dal buio.
e mi fermo nel tuo stesso momento;
un singhiozzo, una svista, un lampo lento
lastre grigie di strada ancora aperta
finestra sul tuo mondo immaginato.
Dove sei, dove tocchi il piatto
della cena, il tuo bicchiere di vetro
a chi rendi vuoto di domande -
un giorno trasparenti
come una tela bianca rimasta mia
la nostalgia che a tratti ti premeva.
Questa casa, insomma, cerca di trattenere, in una dimensione di silenzio, tutte le voci che continuano ad abitarla, nel presagio di un’improvvisa resa. E’ questo il motivo per cui la voce si dirama in rivoli di respiro, voce singola e corale, solitaria, monologante, in ascolto.
Ambiguamente il “tu” di un perpetuo dialogo, può rappresentare la casa stessa o un altro suo abitante a cui si chiede ascolto e memoria, vena.
Quando sei sola chi porta i tuoi pesi
chi prende le borse e ti apre le porte
nel momento del buio sulle scale
dove appoggi la mano, quale spalla
ti sostiene la fronte quando piangi
e ricordi il bianco di quei corridoi
dove sei nei miei primissimi anni
in quali stanze trascorri le ore
il latte col miele come lo bevi
caldo se oltre il vetro la neve è un manto
quanto aspetti il mio arrivo
con occhi raccolti e labbra d’amore
ogni giorno nella casa più nuova
quali voci senti chiamare.
La casa è “l’amore il silenzio”, (titolo della seconda sezione).
La casa a un certo punto apre le porte, esce dal suo sonno, dai suoi margini. Accoglie la luce e permette l’apparizione del mare.
Ti amo col mio infinito non amore
la risposta in ogni angolo di tempo,
di bandiere e di lampi gialli
con cui ricopri l’ascesa dal buio.
Non esiste che un suono accanto
alla mia voce di sabbia e di scogli,
le tue campane, il tuo canto d’amore
li sento accesi e si spalanca il mare.
alla mia voce di sabbia e di scogli,
le tue campane, il tuo canto d’amore
li sento accesi e si spalanca il mare.
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