Michael Micci, Epica dell’abbandono, RP, 2026

 




Michael Micci, Epica dell’abbandono, RP, 2026


  La poesia d’amore è un genere a parte, direi più esattamente di parte; nel senso che esclude ogni altra considerazione che non sia interna al teatron della sua esperienza, del suo formarsi e dislocarsi.
  L’opera prima di Michael Micci, evoca l’arco, il punto in cui la pienezza dell’avventura amorosa coincide con il suo compimento.
  E’ sintomatico come la prassi indicata da Micci sia sempre la stessa, sin dall’inizio, sin dagli esperimenti della giovane età: l’amore insegna a ritroso, osservando il luogo e il tempo in cui infinitamente si è già compiuto. Il compito, piuttosto, spetta alle parole: districarne il senso partendo dalle immagini, vere icone riassuntive di un istante dietro cui già si prepara l’abbandono. Epica, nel doppio senso di lavoro battagliero, immane resistenza; e memoria che si fissa con la sua veste cristallizzata e totalitaria.
  Il libro di Michael Micci disloca l’esperienza nello spazio tempo di un compiersi più vasto: il vivere la vita; ciò che intanto avviene.


Cammino sempre e solo
in qualche passato
su strade parallele alla realtà.
In questo spazio
di perenne estate
dove il giorno si distende
insieme alle sue ombre
mi fa visita di rado
anche la tua.
Profuma di lavanda
e rugiada del mattino,
nettare dei giorni
che non abitiamo più.

p. 37

  Il gesto che si compie nell’attimo, nel suo perfetto disvelamento, ora è trascinato per le vie del mondo.


Febbre altissima,
corona di spine:
ti parlo nel sonno
come fossi ancora qui.
Ma il risveglio è buio
e rivoli rossi
mi serrano gli occhi
un tempo aperti
sulla tua schiena bianca.
Amore di Schrödinger:
il virus ti uccide e ti resuscita
mi uccide e mi resuscita.
E non so più se fuori dalla stanza
mi attendono i vivi
oppure i cari morti
riuniti in silenzioso parlamento.

p. 43.


  Insomma; l’amore insegna soprattutto quando si perde, piuttosto che quando si possiede. E per un poeta, ciò che realizza la perdita, è una maggiore consapevolezza della sua scrittura, la quale, nel caso di Michael Micci, nei momenti di maggiore attrito si fa più scura, umbratile; in altri spreme le immagini come il succo di un’arancia amara. Il fallimento amoroso, il suo totale compiersi, sembra essere esperienza non del tutto umana che chiede un sacrificio: una parola più totale, più vasta.
  La consapevolezza della ripetizione è in questi versi: “Ti venero, come / quelli che adorano il passato, / come succede all’amore, / che a ogni nuovo incontro / rinnova sempre la maschera, il trucco / sullo stesso viso”, p. 57. Ma anche la consapevolezza che lo scacco riguarda la vita tutta, la presa d’atto di un vivere più maturo, capace di tenere a freno il barocco sontuoso del narcisismo, dell’inutile attesa.

Dovevo essere
il genio giovanile
il caso editoriale.
E invece ho già:
trent’anni
denti finti
bollette
antidepressivi
esercizi posturali
e tanti
tanti fogli
tutti gialli.

p. 53.

Commenti

Post popolari in questo blog

Giuseppe Maria Salemi, Stralci d’amore e identità, I quaderni di Pentélite - Morrone Editore, 2026

POESIE PER GAZA

Vincenzo Di Oronzo, La rosa di Gerico, MC, 2025