Antonio Castelli, Passi a piedi passi a memoria, Sellerio, 1985
Antonio Castelli, Passi a piedi passi a memoria, Sellerio, 1985
Si tratta di un libro che antologizza i due romanzi di Castelli: Gli ombelichi tenui, Lerici, 1962 e Entromondo, Vallecchi, 1967.
E’ uno di quei libri conservati nello speciale scaffale degli eventi assoluti della vita, pochissimi, in realtà, comprato nel mio primo anno di residenza a Milano e letto nel ricordo di un’isola che si allontanava, come manuale minimo, e per certi casi scientifico, dell’animo dei siciliani.
Castelli fu autore appartatissimo, la cui opera, costituita essenzialmente dai due romanzi e da inediti sparsi, è stata pubblicata nel 2008 dalla casa editrice Salvatore Sciascia.
A voler sintetizzare la scrittura di Castelli riporto il ricordo affettuoso di Leonardo Sciascia in Morte dell’inquisitore:
“E mi hanno accompagnato in questo lavoro, così come certi temi musicali per ore o giornate intere a volte ci accompagnano, certe notazioni (di natura musicale appunto) del mio amico Antonio Castelli: quelle che nel finissimo libro Gli ombelichi tenui dicono delle nostre radici (sue come mie), del nostro respiro, della nostra misura umana nel paese in cui siamo nati.”
Non si scappa, dunque: ancora uno scrittore siciliano che della Sicilia ne fa musa, ma forse questa noiosa annotazione andrebbe riportata ad esergo una volta per tutte e mai più citata.
Più interessante quanto si legge nel risvolto di copertina di Entromondo:
la grande tradizione siciliana che si richiama al verismo epico di Giovanni Verga è bruciata in questo libro con la rapidità di un corto circuito. Antonio Castelli, siciliano toccato da una follia verbale parodistica e demistificante, parte da una realtà provinciale per giungere, a furia di semplificazione e sviamenti di significato, a un sistema metaforico che esclude ogni richiamo al momento naturalistico dell’esistenza e ai dati tangibili della vita e della società…
Lo stile, per Castelli, è per tanta parte un problema di manutenzione del vocabolario.
Sintesi perfetta del passaggio linguistico e metalinguistico tra il primo romanzo e il secondo.
Nel necrologio per la morte dell’amico scrittore morto suicida, pubblicato sulle pagine de “La Sicilia”, Sciascia scriveva:
Un libro fatto di racconti brevi, di veri e propri “caratteri”, di notazioni diaristiche: ma queste forme, in cui lo scrittore declina la propria attenzione alla realtà, non sono in effetti che sfaccettature della realtà stessa, e il libro trova coerenza e unità nel “paese come cosmo”.
Il cosmo di Castelli si configura, in effetti, come macrocosmo di una provincia che tutto racchiude, Cefalù, la cui narrazione assume naturalmente la forma del diario. Diario privato ma in realtà anche pubblico, non riservato in maniera esclusiva alla propria vita interiore e questo spiega la forma calibratissima raggiunta da questa prosa, spiegabile, chiarisce ancora Sciascia nel risvolto di copertina al libro di Sellerio, per un riaffiorare dello stile, e cioè della letteratura. Persino come moda.
E dunque i tasselli: le strade, il circolo, i negozi, il caffè, il salone...Le situazioni spicciole, la noia, l’atavico rapporto con un tempo che non muta. I personaggi, talmente ridicoli nei tratti delle loro psicologie da diventare abissali. Fra tutti, impresso nella mia memoria, è quello della zia Marianna, della sua figura possente e malconcia, della sua voce fattasi strumento musicale di potere assoluto:
Un blocco immenso di carne e di grasso, più di grasso che di carne, cui sia stata rifiutata la grazia di una pur sommaria modellazione. Su di esso la testa, di donna, risentita, maestosa ed espressiva, gagliardamente vegetante. (…) La flebite le ha reso le gambe torbide e doloranti, quasi inerti e passa tanta parte del giorno nella poltrona, in sedentarietà coatta. (…) Quel corpo, quasi inerte e passivo ha come trasferito la sua massa, i suoi volumi, la sua tensione alla voce; zia Marianna, con la voce arriva dappertutto, riesce ugualmente a scuoterti, a stanarti, con una inesorabilità balistica, a scagliarti comandi e contrordini, a redarguirti, a raccomandarti quel che devi fare e come devi farlo, ciò che non devi fare mai più.
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Per Oltremondo, il secondo romanzo, vale, dunque quella “follia verbale parodistica e demistificante” di cui si diceva.
L’edizione di Sellerio ne restituisce la forma smozzicata di brani e aforismi, ma soprattutto, partendo dal dato concreto del realismo letterario, lo trascende in argomentazioni psicologiche, in una sorta di scavo scientifico dei fatti atavici, giungendo ad esiti di godibilissima ironia. Ad esempio, in un passaggio, prima si fa un elenco di soprannomi: panzapilusa; piscialettu, cuccu; faccidisurci etc … poi se ne fornisce una spiegazione ad uso che potrebbe valere per sempre; un vademecum per il viaggio in Sicilia:
Quella dei soprannomi è la sola nomenclatura che abbia corso nel paese. Un’anagrafe emblematica al cui ufficio sovrintende permanentemente il popolo intero. E nell’ideogonia popolare il nomignolo si configura come una sorta di principio d’individuazione per segni salienti. Con quel marchio s’indicherà il portatore nell’abbrivio dei riconoscimenti. Disavventure, topiche, distonie del comportamento, occorse o patite in una congiuntura particolarmente soverchiante della sua vita, famigliare, pubblica, professionale, fanno macchia per sempre. (…) Urpi, impiegato delle imposte, lo si ricorda per quel momento di ribellione che lo fece ringhiare contro il crocifisso, appeso alla parete dietro il suo tavolo, con questo irato avvertimento: «Tu devi stare lì per guardarmi le spalle. Se non vuoi scendere anche tu, come capitò agli altri due ( al duce e al re)!»
Macrocosmo, non per ultimo, come grande sfera che protegge, includente tutte le diversità, sottoposte, certo, a tensioni a volte insopportabili ma nella generale condivisione di un vocabolario che tutto può spiegare perché frutto dei casi particolari, trascesi nella definizione ultima per i posteri:
I bambini sono di tutti. Anche gli uccelli sono di tutti, e hanno pure essi il padre e la madre. La loro attitudine naturale è il volo, perciò appartengono al cielo. La letizia è l’attitudine naturale dei bambini, perciò appartengono all’umanità.

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