Beniamino Joppolo, GLI ALBERI DI ALBERTO
Beniamino Joppolo, Gli alberi di Alberto, pungitopo, 2018
La vicenda artistica ed esistenziale di Beniamino Joppolo è riassunta con dovizia di argomenti su wikipedia.
Beniamino Joppolo (Patti, 31 luglio 1906 – Parigi, 2 ottobre 1963) è stato un letterato, pittore e drammaturgo italiano del XX secolo. Fervente antifascista e per questo arrestato e confinato nel '35 e nel '37. Dal '39 al '43 pubblicò articoli e lavori teatrali in varie riviste, fra le quali Corrente. Nel dopoguerra si trasferì a Milano, nel '47; cominciò a dipingere, e fondò, con Lucio Fontana, il Movimento spazialista.
Lo scrittore è noto soprattutto per la sua produzione teatrale, raccolta dall’editore Pungitopo in due volumi, di cui il testo di punta è costituito da I carabinieri. L’opera in versi di esordio, lungamente da me cercata con esiti negativi, è I canti dei sensi e dell'idea.
Riporto un lungo passaggio da wikipedia, che tratteggia elementi che ho ritrovato in questo lungo racconto: Gli alberi di Alberto:
L’'autore si è sempre schierato non contro, bensì al di là della questione del realismo, e, in conseguenza, di quella del neorealismo, che segnò la rivincita della cultura italiana sulla scena europea. (...) Esplosivo ed abile, anti-naturalista pur essendo sempre ossequioso nei confronti delle manifestazioni del naturale (…) lo stile di Joppolo non poteva rispondere ai bisogni di verità cinematografica unica, indissolubile e glorificatrice che l'Italia sconvolta e la nuova Europa vittoriosa dovevano privilegiare.
Il racconto pubblicato nel 1947 e ora da Pungitopo in edizione tascabilissima, fa anche parte di una raccolta più ampia, pubblicata dallo stesso editor: La nuvola verde.
Ne Gli alberi di Alberto, il protagonista ha ereditato terre e un palazzo dai genitori. Non si è mai sposato e conduce la sua vita in una “serena” solitudine. All’arrivo dei parenti le sue giornate si animano: gite, passeggiate, chiacchierate con i nipoti. Il finale della storia induce a riflessioni sulla centralità della Natura, personificata dagli alberi di Alberto e da un contrasto profondissimo, ma solo alla fine riconosciuto, tra gli affetti sinceri e l’allontanamento degli uomini dalla madre che tutti nutre. Si tratta di un messaggio ecologista ante litteram, profetico, considerando quegli anni, certamente non ancora coscienti dei disastri ecologici che si sarebbero concretizzati a breve termine.
L’interesse del racconto deriva dalla presenza di un dialogo con la tradizione novecentesca del realismo - prima del successivo clima "esistenzialistico" - e contemporaneamente da una scrittura imparentata con la pittura, qui un espressionismo a larghe macchie. I personaggi sono fisicamente descritti nel modo verghiano della terra e della pietra, con tratti brevissimi ma centrati. Soffrono ancora la condizione di diseredati, dipendono dal padrone e dai frutti della terra: “Leone era un uomo con i pantaloni neri, basso e magro, la camicia bianca, il volto secco teso e olivastro a profili piccoli contratti acuti su di una pelle che subito faceva avvertire le ossa senza toccare carne, una testa ricciuta corvina”.
Gli oggetti, soprattutto gli elementi vegetali, godono di una tecnica visiva straordinaria, scoppiano di colore fin quasi a perdere la forma.
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Un passaggio del racconto
Nino gridava proprio come un uccello, con gridi e suoni senza nesso. Alberto pensò ancora che se Michele e Nino l’avessero smessa il silenzio sarebbe ritornato assoluto. Michele la smise. Ma Nino continuò a gridare, poi accese un fiammifero e incominciò a bruciare i ciuffi di erba secca del piano, correndo da ciuffo a ciuffo con espressioni sconnesse verso il fuoco e verso l’erba, in continui salti, giri di danza, dimenare di mani e di gambe. Alberto vide dalle varie fiamme emergere il piano a semicerchio, irregolare, davanti alla casa le cui mura apparivano illuminate sulle pietre e sulla calce nudi, e oltre, a semicerchio piante sollevate e abbassate ora dalle ombre in declivio frondoso da tutte le parti, e Nino in tutto questo sembrava un grosso insetto sporco, con i pantaloncini corti e tutto coperto di piccoli insetti con cui viveva in piena armonia. Era un ragazzetto di un undici anni, magro e giallo come un limone, con la bocca aspra e gli occhi lucidi del febbricitante per avere la pancia piena di vermi piccoli e grossi. Ad un tratto la sua frenesia si esaurì, egli tacque, le fiamme si spensero, egli si rintanò ancora sul sedile. Alberto pensò che il silenzio era tornato ad essere assoluto. Con una chiarìa crescente che assorbiva tutto sorse la luna e rivelò che esisteva attorno ad Alberto una corona di montagne, ben chiusa, ben delimitata, con case sparse dovunque, una corona ovale, con in mezzo un bianco-grigiastro fiume disseccato, e qua e là paesi emergevano come macchie di tutte le forme. E la chiarìa della luna si immerse impastata a un mare di vegetazione. Ora il mondo da aeriforme si era trasformato in un ampio spiegamento di veli frammisti che le ombre della luna saliente muovevano allungavano accorciavano continuamente trasformavano. Alberto sospirò forte.

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