Beniamino Joppolo: Un cane ucciso

Beniamino Joppolo, Un cane ucciso, Epos, 1985
Confesso di essere stato turbato dalla lettura di questo libro. Si tratta di uno dei tre romanzi scritti da Joppolo durante la sua permanenza a Milano e pubblicato da Bompiani nel 1949. La città in effetti fa da sfondo alle vicende narrate ma senza quella partecipazione che si sentiva nella descrizione della campagna siciliana; anzi, senza alcuna descrizione dei luoghi che non siano il nome e certi particolari assai secondari.
Del modo realista, evidentissimo nel racconto Gli alberi di Alberto, ma anche con risvolti palesemente pittorici, rimane qualche descrizione fisica dei personaggi:
La mano è quella del dottore, che deve essere un uomo piccolo, grasso, calvo, roseo, con gli occhi stanchi e celesti dietro gli occhiali, la fronte alta e i pochi capelli bianchi, ed ha il camice bianco. La seconda voce è quella dell’infermiere che deve essere un carcerato come me, un giovane magro, dalla faccia scialba di pesce, gli occhi chiari, pochi capelli lunghi e ben stirati su di una fronte sfuggente. La terza voce è quella del carceriere, un uomo tozzo e olivastro come un tronco d’albero deforme di nodi e di bitorzoli, la barba ibrida e grigio-scura, sulla cinquantina, la bocca dura, la fronte bassa, i capelli crespi e corti e grigio-scuri, come la barba, le mani pelose a tumori gonfi, gli occhi neri torbidi e cupi sotto le ciglia a boschetti uniti sul naso dalle narici piatte sulla faccia dalle mascelle ferrigne.
La città alienata, insomma, potrebbe costituire l’indizio di una delle cause che il narratore attribuisce ai crimini compiuti dal protagonista, Luca Spinòla, ma bisogna ben distinguere. Nel riportare la notizia di uno di questi fatti, i giornali attribuiscono le cause a un disadattamento giovanile, a una perdita dei valori causati dai guasti della società, motivazione, insomma, di superficie, abusata e insufficiente persino nei nostri tempi dove, mi sembra, il disagio non esprime più un dolore ma l’abuso di una irrazionalità difficilmente spiegabile. Luca Spinòla, piuttosto, interpreta a suo modo il soffocamento esistenziale che lo investe, dopo aver assistito alla morte violenta di un cane investito da una macchina.
La ruota era passata sui fianchi del cane. Il cane era stato svuotato degli intestini, rimasti sulla strada come un candido mucchio di latte coagulato, e il cane si era rialzato, con occhi vuoti, aveva camminato per cinquanta metri, come vivo, normale, ritto, poi era caduto in un rapido rotolìo di convulsioni, ed era morto.
Le sue azioni, che inizialmente sono il frutto di un tentativo di vivere pienamente la vita, ridando fiato alla sua relazione amorosa con Jole e sottraendosi così alla noia del quotidiano, si rivelano, infine, il frutto di un piano, prima inconsciamente subito, poi esplicitato in modo razionalissimo in uno dei capitoli più inquietanti del libro in cui, attraverso la locuzione “credo di aver capito”, egli giunge alla considerazione della causa estrema delle sue azioni, e cioè la perdita di spiritualità dell’essere umano.
Vi giunge per stati di coscienza successivi, il primo dei quali consiste nell’attribuire la causa dei mali a un rapido progredire biologico della specie umana, costretta, per conseguenza di un rapidissimo incedere della cosiddetta civiltà, a costruire, a demolire, a calpestare. Così si esprime Luca Spinòla a proposito dei suoi atti: se l’uomo uccide gli animali proprio perché sono animali, allora perché non poter uccidere anche gli uomini che sono animali? La conseguenza è l’appagamento momentaneo del senso di vuoto e una sorta di esaltazione dell’ego che ora lo possiede e lo consuma - i pasti e le bevute di Luca e dei suoi amici sono convulsi, insaziabili, bulimici - .
Nella preziosa introduzione al libro, Domenica Perrone inquadra il romanzo nel contesto più generale della letteratura esistenziale del Novecento, giustificando la relativa incomprensione critica dell’opera di Joppolo a causa della negazione del neo/realismo come strumento utile a capire le cause interne dei fatti. La scrittura di Joppolo, in certi passaggi estremi, affonda le parole in una sorta di consapevole distopia apocalittica, dimostrando come questi scrittori abbiano intuito i guasti dei tempi futuri e, nel caso di Joppolo, individuato la strada di una possibile ripartita.
Verrà qualcuno che saponificherà creature umane. Verrà qualcuno che farà strage di bambini, e di donne. Verranno macellazioni collettive in valanghe di ferri fusi e di fiamme. Fame. Odii. Livori...La verità è che l’uomo vorrebbe distruggere questa civiltà insostenibile, si accinge a distruggerla con guerre, stragi, ma ecco si ferma perplesso a un tratto, cerca di raggiustarla, accomodarla, e ritorna a vivere contorto. Ma verrà un giorno in cui ci sarà la pazzia collettiva, la collettiva stanchezza estrema, non una sola creatura umana sarà capace di pensar più, di mettere a posto fosse anco una lancetta d’orologio, di organizzare fosse anco o interpretare tre articoli di legge messi insieme o un pensiero filosofico o scientifico, e allora sarà il crollo di questa civiltà, come per tante civiltà antiche è già avvenuto. Sarà questo forse il segno della salvezza dell’uomo, che tornerà ad un’anarchia, anarchia non fatto primitivo, ma anarchia punto di estrema evoluzione.
I guasti futuri, dunque, profetizza Luca Spinòla, oltre a riguardare la guerra, di cui l’uomo ha lunga esperienza, riguarderanno, soprattutto, la stanchezza a ripartire, a rigenerarsi, causa l’indebolimento del codice genetico. L’atteggiamento di Joppolo, dunque, non è nichilista. Egli teorizza l’avvento dell’ abuomo, dell’uomo nuovo, il quale avrà in sé la conoscenza non solo del mondo esplorato ma degli altri mondi esplorati e conosciuti non più come scienza ma come linfa organica, come cuore, come fegato, come nervi, come vene, come cervello, come midollo spinale.
L’intenzione sembrerebbe meramente profetica e utopistica ma nello straordinario finale del libro Joppolo compie un colossale passo all’indietro, recuperando la teologia del cristianesimo per proclamare un pensiero unitario - siamo parte di un tutto, anche quando compiamo crimini e atti orrendi - . Stessa idea di di panteismo ecologista aveva espresso ne Gli alberi di Alberto, in cui il personaggio si riconciliava con l’idea di una Natura accogliente, contro i vizi, le bugie e l’erotismo smodato dei suoi simili.
Luca Spinola ha compreso che le sue azioni devono essere giudicate per etica e per giustizia e che, di conseguenza, è giusto che egli riceva la morte; questo tuttavia non basta a liberarlo da un profondo senso di colpa per gli omicidi di cui si è macchiato. La scena dell’assoluzione per mano del prete benedicente è colma di commozione e di spirituale consapevolezza. Luca Spinòla si è fatto agnello sacrificale, è diventato esso stesso animale che si può uccidere, esattamente come il povero cane perito nell’incidente stradale.
La tua amarezza è quella di dover morire, di non poter più gridare la tua redenzione agli uomini per la loro stessa redenzione. Ma tu non muori, tu sei eterno, e nell’Invisibile, invisibilmente, tu già gridi, e nell’invisibile, invisibilmente, tutto l’universo, tutte le creature ti ascolteranno, per la redenzione. Non occorrono labbra per gridar e l’universo. Il grido è un gesto puro, grande come l’universo, e, sentito, pensato, avuto, l’universo, che non è che te stesso, lo ha già ricevuto.
Il contraltare della fucilazione di Luca Spinòla, è la morte di Josef K. nel Processo kafkiano: in quel caso il gesto freddo, abissale, del colpo di grazia ricevuto senza motivo; senza giustificazione dell’ipotetica colpa. In solitudine. Qui, al contrario, la presenza, l’appartenenza:
Il sacerdote gridò ancora, alto:
Ed eccomi, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.
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