Maria Messina: PERSONCINE
Maria Messina, Personcine, Sellerio, 1999
Prima pubblicazione 1922
La scrittrice Maria Messina fu oggetto, qualche anno fa, di un ripescaggio da parte di Leonardo Sciascia, agli inizi degli anni ‘80 del Novecento. Eppure in vita Maria Messina aveva ricevuto l’ammirazione di Giovanni Verga, col quale ebbe un fitto scambio epistolare, così come con altri importanti scrittori del suo tempo, ad esempio Alessio Di Giovanni. Sellerio ha ripubblicato molti dei suoi libri che consistono in una serie di raccolte di novelle e romanzi.
La critica ha riconosciuto alla scrittrice il ruolo di cantore ante litteram della condizione femminile, tema centrale, ad esempio, nel suo primo romanzo, La casa nel vicolo.
La mia lettura, al momento attuale parzialissima, parte da questa raccolta di novelle, il cui titolo, Personcine, può essere inteso sia in senso letterario, piccole persone, per età anagrafica, ma anche in tono affettuoso, per consonanza e partecipazione alla loro vicenda umana. In questi testi Maria Messina rivela la sua capacità di indagare la psicologia infantile - l’autrice pubblicò anche parecchi libri dedicati all’infanzia -.
Sullo sfondo di queste narrazioni aleggia sovrana l’ombra lunga della guerra. I padri, i fratelli, sono al fronte e spesso le madri lasciate sole con figli, soffrono la fame e l’indigenza. Le bambine vengono mandate a servire nelle case dei nobili, si legga Tapioca, piccola donna che poi il padre, tornato vivo, viene a reclamare ai signori che l’avevano accolta per servire.
La stessa sorte è quella di Geniuzza; tolta dalla scuola, è mandata a servire, per bisogno, presso la casa del sindaco dove già lavora la sorella maggiore. Sorte tristissima in quanto la figlia del sindaco è una scolara che frequentava la sua stessa classe e che ora Geniuzza è costretta a chiamare padroncina.
Questo il discorso della nonna alla nipote Masina che, come tutti i bambini, fa fatica a sottostare alla difficile morale classista degli adulti:
La scuola è una cosa, la vita è un’altra. Anzi volevo dirti - aggiunse, - di saperti comportare verso di Gènia. Tu sai che ti voglio cortese e alla mano con la servitù, ma che le troppe domestichezze non mi piacciono. Gènia è stata tua compagna: ora la sua condizione l’obbliga a fare un mestiere; è bene per lei e per te che ciascuna stia al suo posto. Niente superbie, niente stupida alterigia, ma anche: non troppa famigliarità..Nel mondo siamo come le cinque sita: ne vedi due perfettamente uguali? No. Eppure la mano ha bisogno di tutte le dita per essere bella e utile. Anche noi siamo differenti l’uno dall’altro, e pure l’uno ha bisogno dell’altro! Tu sei intelligente e capisci.
Bellissimo il racconto Massaro Vanni. Stanco e vecchio, senza più forze per occuparsi del suo piccolo podere, attende il ritorno del figlio partito per l’America in cerca di fortuna, per poi scoprire che il ragazzo, invece, si è arruolato in guerra. Tornerà al paese, insieme a pochissimi altri ragazzi, in un finale bellissimo.
Eppure, malgrado queste condizioni socialmente precarie, del resto un fedele spaccato di quei tempi, il tono generale di questi racconti è pacato e la denuncia non raggiunge i toni di un’invettiva. Maria Messina è capace di descrivere con partecipazione e lieve distacco anche la condizione privilegiata dei bambini benestanti, come a voler dimostrare che il divario tra gli umili e i ricchi non interessa i bambini; anzi, questi ne sono investiti loro malgrado, costretti ad accogliere nella loro crescita le regole ferree di una società elitaria. Nei momenti di gioco, queste personcine ci dicono che a loro non importa niente delle diversità sociali. Stanno al gioco della vita, prima che la vita imponga loro il suo giogo.

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