Raffaele Poidomani Moncada, Carrube e cavalieri, Thomson editore 1969

 



Raffaele Poidomani Moncada, Carrube e cavalieri, Thomson editore 1969

  Diciamo subito un paio di cose sull’opera di Poidomani. Questa è stata interamente raccolta dall’editore Colibrì in quattro ponderosi volumi e comprende, oltre alla narrativa, le poesie e gli interventi giornalistici e di critica. Delle opere di narrativa mi prometto di leggere la sua seconda raccolta di racconti, Tempo di scirocco.
  Un’ampia biografia si può leggere presso l’editore Colibrì.
  Luciano Zinna, che introduce il volume dedicato alla narrativa, così si lamenta: «Ben noto e grandemente apprezzato nella zona iblea, Poidomani è, nel resto del Paese, conosciuto da alcuni specialisti e pressoché ignorato dal grande pubblico, come accade a non pochi “grandi” della cosiddetta letteratura sommersa, che registra nel XX secolo, specie in Sicilia, una ricca messe di esponenti». La solita questione, insomma; ma Carrube e cavalieri è un opera che, ne sono certo, avrebbe potuto godere di una notevole fortuna presso il vasto pubblico. Soprassedendo il sottotesto, che è questione di competenza della critica e dei lettori più smaliziati, questi racconti sono scritti nel modo esilarante e tragicomico dello scrittore di razza, che conosce i meccanismi del riso e a volte schiaccia l’occhiolino al lettore.
  Nell’introduzione a questa edizione, Brunello Valdano, così commenta: “la più semplice e diretta misura della potenza narrativa, sta nella capacità dell’autore di colmare il vuoto con materia (personaggi, eventi, paesaggi, concetti, immagini). Se l’operatore non è un un narratore genuino, il vuoto non sarà mai esaurito”. Insomma; ciò che si vuol dire senza dirlo esplicitamente, non sembra interessare a Poidomani. Questo atteggiamento gli permette di concentrare tutti gli sforzi sulla potenza immaginativa della scrittura, nella quale certamente si coglie la lezione del grande verismo isolano, soprattutto nel trattare con pochissimi tocchi le figure, facendole emergere come bassorilievi dalla materia informe della creta. Gli esempi da riportare sono moltissimi.

  Ma di cosa parlano questi racconti? Ancora Brunello Vandano: “E’ la storia di una famiglia siciliana a cavallo tra la nobiltà e la borghesia, come tra la città e la campagna”. La narrazione è in prima persona, perché Raffaele è il bambino che partecipa intensamente agli eventi. Se lo sfondo è un palazzo nobiliare con annessi e connessi, il burbero nonno non dimostra affatto autocontrollo e finezza educativa. Legato agli ideali del vecchio mondo, sembra più che altro un contadinotto arricchito, furbesco nel maneggiare sottotraccia gli interessi personali.
  Sempre Brunello Vandano ipotizza un altro discorso questa volta legato al supercontenuto, o sottotraccia, come si preferisce. “Il narratore, in quanto tale, ha colmato un vuoto. Ma tutto ciò di cui lo ha riempito è immerso nel tempo, condannato al mutamento e alla consunzione, sicché raccontare è alludere di continuo alla morte”. E poi: “E qual è la ricetta, l’incantesimo che consente allo scrittore di affiancarsi al tempo delle cose raccontate senza scivolare nel suo flusso”...La risposta consiste nella scelta dell’io narrante, che in questo caso è l’io del Raffaele bambino, distinguendo il tempo del narratore da quello del narrato. Il libro è impregnato di una straordinaria capacità di far ridere, regalando al lettore il piacere di una libera lettura, mai assillata da domande. L’umorismo, lo straniamento del lettore, sarebbero, dunque, l’arma per sconfiggere momentaneamente l’idea della presenza di una morte incessante.
  Racconti straordinari, spesso da riderci a crepapelle, ammaliati dalla maestria della scrittura, si legga l’epica donchisciottesca del Viaggio a Siracusa.


*

«Che bello Di Giovanni Ci sembra un santo armato! Il quindici di maggio Lo fanno deputato! »

E contro il liberalismo del suo avversario Giaracà osannavano la sua statura, la sua voce, il suo sguardo.
In verità Di Giovanni, che aveva meno di cinquanta anni, era un bell’uomo, alto, forte, diritto, con dei baffi severi e a punta e un passo marziale.
Accadde così che mia nonna, la quale per via di un omone che stava davanti a lei non era riuscita a vedere il re, ed avendo della regalità un concetto assolutamente fisico, vide Di Giovanni e lo sbagliò per monarca.
Nulla le faceva mai pensare che proprio lui era a favore delle istituzioni repubblicane, e la sua presenza in quel momento era un dovere di rappresentanza. Lo sbagliò per il re, e tale rimase il suo convincimento anche quando il nonno cercò di persuaderla che il re era quello basso di statura, con la piuma sul capo, e la sciabola.
Per la nonna il re era quello alto, robusto, in abito nero, i baffi a punta ed un sorriso fra le labbra rosse.
Ma a poco poco il vociare si attenuò, divenne brusìo, la gente tornò al posto, il palco delle autorità si stabilizzò, e l’Antigone riprese.
Riprese nello stesso momento in cui una pulce più audace delle altre, morsicò decisa il nonno non appena questi sedette.
— Cr. . . — disse. — Ai cuscini, all’Antifona e a me che ci son venuto!

Commenti

Post popolari in questo blog

Giuseppe Maria Salemi, Stralci d’amore e identità, I quaderni di Pentélite - Morrone Editore, 2026

Vincenzo Di Oronzo, La rosa di Gerico, MC, 2025

Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, puntoacapo, 2023