Paolo Donini riflette su un libro di Emilio Rentocchini

LA STESSA COSA

su Nuda Preghiera di Emilio Rentocchini – Book Editore 2025

di Paolo Donini





Chiediamoci perché una tartaruga dovrebbe uscire dal carapace, fatto salvo sperimentalmente che ciò sia possibile.

Una tartaruga esce dal carapace, incorrendo in rischi elevatissimi, per un principale motivo: realizzare la nudità.

Essendo la nudità un’istanza condivisa, de-sensata, finché resti condizione singolare, racchiusa e solitaria, realizzare la nudità significa esporla, ed esporla comporta il reperimento di un complice.

Una complice, nella fattispecie.

*

Di complicità per la realizzazione della nudità sembra trattare il dialogo serratissimo - per ora chiamiamolo così - che il poeta Emilio Rentocchini propone nella pseudo-piece Nuda preghiera, per Book Editore, 2025.

Qui, il termine dialogo vale più che altrove precisarlo nella sua chiave semantica: dia-logo, quindi logos duale, argomentazione dia-logica o logica della diade.

*

A pronunciarsi, in questo testo (che non teme qua e là di procurare fastidio, per istigazione al narcisismo e irridente collaborazionismo sessista), è la diade per eccedenza:

non il binomio concluso degli amanti, bensì la dieresi degli amanti impossibili, gli amanti dis-amati, i dis-amanti, dissidenti dell’amore, relitti-reietti della micro storia amorosa, dediti a praticare l’amore in quanto e da quando impraticabile. Inattuabile.

Mimi dell’amore, intenti a interpretarne più che altro l’allegoria e, a tratti, la fanfaluca.

*

Nell’inattuabile anche l’amore per quel che è - il povero amore vero - si placa delle sue velleità e i due dis-amanti parlano finalmente nel crepitio della stessa lingua.

Una lingua bruciata e bruciante, residuo pirico dell’incontro, che si desume arse alto, stretto e perfetto come tutti i veri amori, fino alla cenere, alla resa all’altro/a in quanto splendore sfiorato e perduto o in quanto programmaticamente perduto.

*

I due non solo si sono amati ma ardono dell’eresia di amarsi tuttora, oltre le fiamme fiammeggianti.

Non solo sono stati e sono fatti l’uno per l’altra, ma l’uno per l’altra sono sfatti, bruciati e fusi in cera, in una distruzione reciproca il cui residuo incomprimibile è l’ardore consumato della complicità, la tabula rasa e la scaturigine avvelenata di una veritativa lingua bifida.*

 Questo testo racconta allora una storia che si racconta da sola fra due bocche che si fiancheggiano: occorreva rompere tutto, smobilitare e dis-ammobiliare ogni casa e camera abitata e abusata in coppia, per ritrovarsi nella stanza vuota, terminale, l’alloggio spogliato dove non si mente in due.

Atto, questo, rarissimo.

*

L’uomo quando è solo lo è col suo maiale, ricorda Brodskij citando Nietsche.

È tenacemente vero che un uomo parla seriamente soltanto al proprio maiale, ma ciò finché una complice – anche un complice se il caso vuole - non salti il cerchio di fuoco e per intelligenza e passione, per lucidità, riduca all’angolo anche il maiale dell’uomo, estorca lacrime dalle setole, fino a una nudità ispida.

*

La pseudo-piece allora rivela il proprio meccanismo interno.

Nella concisione precipite e del tutto improbabile del fraseggio, una lassa per uno, il lettore inizia a sospendere il soggetto, smette di chiedersi se nel discorso collaborato sia ora lui, ora lei a parlare, sospetta e poi intuisce che l’orante, chiunque sia, è un essere unitario, fesso semmai d’una fessura-ferita, labbra e vagina che argomenta fra due bocche un’analisi a tratti orribilmente logica, passandosi a piacimento fra labbra e labbra, (rima delle labbra si chiama la fessura tra un labbro e l’altro), il testimone e il filo di principali e subordinate, purché il discorso inattuabile si compia e che l’amore si dica in due.

*

Il cast di un’improbabile mise-en-scène di questa pseudo-piece (pseudo in quanto più che a un teatro-teatro il suo orizzonte sembra essere un teatro-poesia, da biascicare fra sé alterando la voce, e non necessariamente a un pubblico), si ridurrebbe quindi a un/a solo/a attore/attrice.

Un solo personaggio dal volto ibrido, con facoltà ventriloqua, capace di un registro baritonale quanto di un soprano chioccio e divertito, e poi di un falsetto fastidioso, o un mezzo falsetto rauco a sufficienza, per tutte le notti non vissute insieme perché: non c’era ragione di farlo, di continuare a farlo, se ciò che dura è solo l’estinzione.

Perché qui sembra che vivere non c’entri del tutto con amare, amare non stia tutto dentro al vivere, se il tutto non giunga a sfiorare nel buio, oltre coito e tenerezza, l’insperata evidenza di un simbolo.

Un chiasmo sarebbe perfetto.

*

Perché allora una tartaruga dovrebbe uscire dal carapace?

Uno tra i poeti contemporanei più difesi, pressoché inespugnabile nel suo fortilizio ottagono di versi rimati e contati, cinti dall’aura indecifrata e falsamente genuina del dialetto - un dialetto per giunta intellettualistico - accomodato e riconosciuto entro una testuggine letteraria armata di oltre 300 ottave lavorate e aperte in sé per ogni cunicolo e sottopasso interno, questo poeta esce allo scoperto ancora una volta, nella lingua, nella luce al neon, biancastra e ronzante della prosa, correndo rischi elevatissimi, primo fra tutti: il sospetto suggerito che il suo fortilizio non basti e occorra al Re talvolta fare una passeggiata clandestina, di notte, oltre il fossato.



Per fare che?

*

Non gli è nuovo del resto, Rentocchini lo aveva fatto nei precedenti scritti in lingua, per il teatro, nei racconti, nell’antecedente più prossimo a Nuda preghiera, i sonetti del Perfetto amore, dove aveva reinventato scanzonandola - se si può dire - la matrice s-cortese della passione conoscitiva, declinata là in una debacle di scorci e ridotti provinciali, nell’angustia del quotidiano in cui tocca alla carne di offrirsi, di sbocciare al piacere e - ovviamente - di sfiorire.

Di marcire.

Da quella marcescenza probabilmente si levava già il lezzo di quest’ultimo salmodiare. Pregare, appunto, pare essere il motivo della sortita.

Nel bosco, alla luna. Ma come si ulula. O si guaisce.

*

Un poeta di norma prega – ulula alla luna - per tutta la vita, se la matrice della poesia voglia essere la lode e se la lode sia l’esito atteso della preghiera. Ma tutto questo non gli basta.

Qualcosa eccede. Ed è un bene, anche per la perfezione.

La vocazione alla lode il nostro poeta l’ha ampiamente assolta, nella clausura volontaria entro una sola forma – l’ottava - organismo perfetto e infinitamente mutevole nella propria struttura, fiocco di neve ottangolo e ottimetra molecola ritmica, nella permanenza entro la lingua madre.

Ma qualcosa resta fuori dalle otto mura quietamente illuminate dalla maestria e dalla regola. In contumacia.

Qualcosa che bisognava dire in altro modo. Qualcosa di irredimibile, slabbrato.

Qualcosa di cui il chiuso, perfetto, contato organismo letterale non ebbe capienza. Perché eccede. Ed è un bene, per l’organismo stesso.

*

L’uomo che parla in Nuda preghiera è andato al bosco a cercare Dio.

Per aver fatto ritorno senza rivelazione si considera o forse è uno spretato ma la rivelazione ricevuta è che egli resta un cercatore di Dio, un anomalo bis-credente, il suo credo è fattivo e duale: crede in due come in due ci si spoglia.

Arriva persino a far dire - al genio di lei beninteso - che il Veltro dantesco sarebbe il Libro, la Commedia, quindi il Poeta stesso, rivelazione a Fabriano, tra feltro e feltro, del credo dei poeti: credere in ciò che crepita, arde e in bocca-fiamma si divide.

Lo so perché lo dico, scrive Eluard del mestiere del poeta, che non fa propriamente un mestiere e quello che sa fare deve prima o poi farlo a pezzi. Ed è un bene.

*

Credere (solo) a quello che (ci) si dice, alla fine, in doppia fiamma, dalla reciproca cenere, verso una porta girevole in fondo al minuto, al secondo qualsiasi - e fatale.

Vivere non basta.

Bisogna dirsi l’un l’altra fino alla nudità della preghiera.

E la preghiera è l’ardere.

L’ardere ancora in doppia fiamma e oltre la fiamma.

*

Ma cos’è l’essere nuda della preghiera?

Il nudo è l’estremo, la rastremata speranza, la fede rasa al suolo da cui, se si leva nella sua nudità, la preghiera eccede ed eccelle in bestemmia. La bestemmia di pensare.

*

Pregare in astinenza di Dio, di ritorno dal bosco a mani vuote. Uno spretato e la sua druda.

Lei, donna-daimon, femminino spirito guida, a tratti spalla senziente di un’auto rappresentazione, in attesa nuziale, nella menopausa, la veste bianca fattasi scarlatta, il gradino d’altare levato sul precipizio.

Lui, narciso irredente, autoreferenziale quanto basta, proteso oltre la propria immagine alla bocca-specchio che gliela restituisce solo per sottrarla, tenersela, saltare insieme l’abisso.

*

Forse il Signore, se c’è, apprezza oltre le nostre preghiere il fulgore masticato delle mute bestemmie, il disperarsi nel pensiero, più potente afflato verso il Suo silenzio.

L’eccedente alla preghiera è la bestemmia di pensare, l’omaggio che trapela in oltraggio, per un eccesso di lucidità, di filo-sofia: amore del sapere e amore come sapere. Sapere in due.

*

Dirsi propriamente tutto.

Che non ci si allevia, non ci si salva, alla fine. Si comprende, semmai, ci si prende per mano. Se si è fortunati, si giunge al simbolo.

Ci si rannicchia nel simbolo, il chiasmo, la tautologia dell’abbraccio. Nel silenzio di Dio.

*

L’organismo perfetto sottintendeva una crepa.

Dal carapace si doveva uscire, correndo rischi elevatissimi. Per amore. Amore come sapere.

La rima su cui poggia la fortezza metrica e per cui la struttura contata delle sillabe funziona e cade sempre in piedi, si fa rima delle labbra, fessura da cui fiammeggia la voce bifida, nel dire insieme, (dire in quanto custo-dire, essere;) la stessa cosa.



gennaio 2026 Paolo Donini


Commenti

Post popolari in questo blog

Giuseppe Maria Salemi, Stralci d’amore e identità, I quaderni di Pentélite - Morrone Editore, 2026

Vincenzo Di Oronzo, La rosa di Gerico, MC, 2025

Annamaria Ferramosca, Luoghi sospesi, puntoacapo, 2023